Arte
Il bagliore che stregò gli artisti
L a storia del faro è antica come il mondo, antica come il senso di quel mare che avremmo voluto navigare, come gli sforzi dell’uomo per raggiungere l’impossibile, come quella speranza di salvezza attraverso cui questo simbolo marittimo si è evoluto nel tempo. Un edificio «altruistico», come lo definì George Bernard Shaw, creato per aiutare chi si trova in pericolo, compresi noi stessi. Originariamente il sistema del faro era alimentato dal fuoco e predisposto a postazione di vedetta militare, in seguito è divenuto un edificio rifornito elettricamente e, nell’immaginario collettivo, un ideale di torre eremitica. Dal Faro di Alessandria d’Egitto del 300 a.C., alla Lanterna di Genova in epoca medievale, la sua conformazione è sempre quella: una torre che si staglia nell’oscurità nebbiosa,con una luce/ lampada, occhio luminoso che si apre all’improvviso nel buio, e di un sistema di lenti, per ricoè importante. Così come in letteratura, anche nell’ arte il faro diviene esteriorizzazione del desiderio umano di porre ordine nel caos dell’esistenza. È una certezza effimera, instabile, tanto quanto l’animo umano. La sua più poetica e malinconica rappresentazione trova espressione nella pittura dell’800, periodo in cui assistiamo ad una congiunzione piuttosto rara tra la staticità degli impressionisti e il dinamismo inquieto dei romantici. Per esempio Georges Seurat si affida alla tecnica del puntinismo per ritrarre solitari paesaggi balneari. In questo caso il faro è un elemento accessorio, di sfondo, che incornicia una più ampia veduta paesaggistica, come nel caso del Molo di Le Havre di Claude Monet. L’atmosfera è sospesa e meditativa, avvolta nella percezione di tonalità fredde da mare d’inverno. Un valore simbolico molto importante nei dipinti di questo periodo storico lo assume il gabbiano. Questi uccelli, che simboleggiano le anime dei marinai morti in mare, volteggiano spesso intorno al faro, come in un acquerello di Paloma Montero. Unici an mali, secondo una leggenda indiana, che detengono il potere sulla luce, sul mare e sulla terra. Ma nell’opera Bell Rock Lighthouse di William Turner, tutto sembra disintegrarsi e infrangersi insieme alle onde in tempesta, che si avvinghiano ad un faro bianco semi nascosto tra la schiuma sbattuta dal vento. Turner dipinge il faro di Bell Rock, a largo della costa di Angus, in Scozia. Il Paese prediletto anche da Virginia Woolf, che ambienta a Skye, l’isola aspra e rocciosa delle Ebridi, il suo romanzo. Ogni artista insomma ritrae un’immagine del faro vicina al suo inconscio, così come il grande Edward Hopper sce glie il Maine, dipingendo spesso Cape Cod, la penisola del Massachusetts che sembra farsi perfetta espressione di quell’America Pastorale malinconica della Grande Depressione. Ma nel caso di Hopper diviene anche simbolo della natura tormentata e dell’uomo novecentesco, personificazione della ricerca di libertà dell’essere umano, in quel fascio di luce che diviene evocativo e rivelatore. Non a caso la moglie di Hopper, negli anni ’60, disse che per il marito i suoi fari erano diventati quasi autoritratti. Il faro per l’artista in questione tende ad assume una centralità maestosa, e viene dipinto in quel potenziale cromatico dalui tanto amato .Tra i suoi dipinti ad olio più celebri c’è il Faro di Two Lights,che venne anche utilizzato nel 1970 per un francobollo statunitense che commemorava il centocinquantenario dello stato del Maine. L’edificio raccoglieva attorno a sé un alone di mistero irresistibile, che probabilmente affascinò anche Hopper, compresa la leggenda diffusa di un fantasma che sembrava abitarlo. Gli elementi necessari per attrarre un artista come lui c’erano tutti, perfino la famigerata scala a chiocciola che conduce alla stanza dell’orologio, il fascio lucente che si infiltra fra i mari notturni, la sensazione di una solitudine antica e inesauribile. Questi, probabilmente furono alcuni degli elementi che lo spinsero ad immortalarlo più volte, come il faro di Pemaquid Point, sempre nel Maine. In altri casi lo ritroviamo come elemento superficiale, quasi ad attestare la presenza di una condizione esistenziale sottostante, come nelle opere Les Baigneuses di Pablo Picasso e Interno metafisico (con faro) di Giorgio De Chirico, entrambe del 1918. IL tema del faro è abbastanza ricorrente nella pittura metafisica di De Chirico. La sua luce che guida i naviganti, simboleggia la ricerca di un significato e di un orientamento, spesso in un contesto di solitudine e mistero. Nella sua pittura lo utilizza come elemento architettonico per creare atmosfere di sospensione spaziale, suggerendo l’enigmatica presenza di un livello di profondità più sottile, che si cela dietro l’apparenza della realtà.