Giovedì 04 Giugno 2020 | 16:19

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lettera alla gazzetta

Caso Bellomo, il magistrato:
«Mai approfittato delle mie allieve»

di Francesco Bellomo

Egregio direttore,
sino ad ora ho mantenuto il più stretto riserbo in relazione alle notizie apparse, reiteratamente, sui media in merito a condotte, anche di rilevanza penale, attribuitemi, benché io non sia imputato di alcun reato e abbia notizia solo attraverso la stampa di indagini a mio carico che si starebbero svolgendo a Bari.

La decisione è stata determinata dalla volontà di confrontarmi esclusivamente nelle sedi proprie e secondo le regole, come doveroso, e dall’intento di non affrontare un processo mediatico parallelo che non intendo legittimare in alcun modo.
Sta di fatto che le molteplici falsità, calunnie e offese rivolte alla mia persona sono divenute intollerabili e non vorrei che il mio silenzio fosse scambiato per debolezza, o implicita ammissione di fatti che non ho commesso.

La pressione mediatica che si è venuta a creare sulla vicenda potrà avere influenze nefaste sulle decisioni che dovranno essere prese nei miei confronti, anche a livello disciplinare, tanto che rischio la destituzione, senza aver subito una sentenza di condanna e senza neppure essere imputato.

Eppure i magistrati, per legge, possono essere destituiti solo quando abbiano riportato una condanna penale che importi la interdizione dai pubblici uffici o la pena detentiva (non sospesa) non inferiore a un anno, ovvero quando abbiano conseguito vantaggi patrimoniali da parti, difensori o testimoni di un procedimento giudiziario pendente nel distretto in cui esercitano le funzioni.

Nel mio caso non solo nessuna responsabilità è stata accertata, ma neppure si è al di là di mere ipotesi investigative, da cui ho diritto, come chiunque, di difendermi senza un pregiudizio o una condanna preconfezionata dai media.

Considerato che, pur non avendo formale notizia di indagini nei miei confronti a Bari, ho ritenuto di rendere spontanee dichiarazioni all’autorità giudiziaria sull’argomento che ha attirato l’attenzione della stampa nell’ultimo mese, ritengo ora doveroso esprimere, seppur brevemente, la mia posizione.

Chi ha firmato il contratto di borsa di studio lo ha fatto all’esito di una selezione trasparente ed in piena autonomia, tanto più che la sua stipulazione non era una condizione indispensabile per accedere al ruolo di borsista: vari studenti, sia di genere maschile che femminile, non lo hanno sottoscritto ed hanno comunque ottenuto la borsa di studio.

Immaginare, come si legge sulla stampa, che un contratto liberamente concluso possa costituire un illecito è già di per sé azzardato, ma voglio comunque chiarire che in nessun punto esso prevede clausole discriminatorie o vessatorie. Sul suo contenuto sono state diffuse molteplici inesattezze, di cui è bene emendare le più vistose:

1) il testo del contratto è il medesimo per gli uomini e per le donne, e un dress code è previsto per gli uni come per le altre;

2) il dress code, che è riconosciuto dai giuslavoristi come legittimo se liberamente accettato e coerente con le esigenze aziendali, trovava la sua ragion d’essere nel ruolo promozionale che il borsista svolgeva, certamente agevolato da un’immagine attraente (cosiddetto effetto alone). Esso, peraltro, non era vincolante e rappresentava una clausola marginale nel contesto del rapporto;

3) il contratto non può essere lesivo dei diritti della persona, per il semplice e inoppugnabile motivo che esso stesso espressamente stabilisce che: «L’addestramento del borsista - esterno alla partecipazione al corso - incontra i limiti del rispetto della legge, dei diritti fondamentali dell’individuo, dei rapporti giuridici (personali e patrimoniali) che non siano in conflitto con il suo ruolo».

Sulla base di alcune dichiarazioni apprese attraverso la stampa, la serietà della Scuola è stata assurdamente posta in discussione, senza considerare che, oltre ai pregevoli risultati ottenuti dai comuni allievi, i borsisti che hanno completato il ciclo formativo hanno avuto una percentuale di successo al concorso in magistratura pari al 75%, a fronte di una media nazionale del 5-6%. Dato che, da solo, dissolve le illazioni formulate sul metodo di insegnamento e sulle attività dei borsisti.

Ho dovuto persino leggere di incredibili accuse che - a distanza di anni - mi sarebbero state rivolte da alcune studentesse, per lo più in forma anonima: sul punto devo limitarmi a registrare quanto appreso dai giornali e posso solo dire che, in molte occasioni, sono stato avvicinato da allieve che desideravano avere un rapporto più stretto con me, ma le relazioni sentimentali che ho avuto nella mia vita sono state quasi sempre estranee al contesto di cui si parla, e anche laddove maturate con persone conosciute durante la mia attività di insegnamento sono state generate dalle ragioni proprie di questo tipo di legame, ossia da un feeling personale che non ha alcun collegamento con i contratti in questione.

Se dovesse trovare conferma quanto ho letto, dovrei concludere che qualche corsista provi nei miei confronti astio per non aver ottenuto ciò che desiderava e che abbia elaborato il proprio vissuto in maniera totalmente distorta, magari solo per emulazione, sino a spingersi ad affermazioni calunniose e diffamatorie che mi costringeranno - inevitabilmente - ad adottare tutte le azioni necessarie a tutela della mia persona, come peraltro ho già fatto laddove sono venuto a conoscenza in via ufficiale di affermazioni di tal natura.

A tal proposito rivolgo alla pubblica opinione una domanda: di queste ragazze ho conservato messaggi e quant’altro. Cosa sarebbe successo se non l’avessi fatto?

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