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il caso bellomo

«Nel cerchio magico del giudice
sembravano pronte per il night»

Il magistrato e le corsiste Lo scandalo dei corsi per la magistratura con obbligo di minigonna Una delle studentesse di Bellomo: lui scostante, aveva le sue elette

di Giovanni Longo

Bari - Sembra di vederle quelle poltroncine rosa antico in velluto descritte da una delle corsiste. Chiede l’anonimato: per questo la chiameremo Maria. In una grande sala di un albergo barese, in corso Alcide De Gasperi, ci sono una sessantina di aspiranti magistrati come lei. Sono più donne che uomini. Qualcuno, nelle ultime file, chiacchiera un po’. Davanti, invece, siedono le più fortunate, meritevoli o chissà che. Giovani ragazze, magrissime, qualcuna in abiti succinti pendono dalle labbra di chi è di fronte: il consigliere di Stato Francesco Bellomo.

Parlava «sempre con lo stesso tono, non era un grande oratore ma i ragionamenti che faceva ti aprivano la mente», racconta adesso Maria della periferia di Bari. Lei, che finora il concorso non lo ha superato, non sedeva avanti e non indossava abiti corti come alcune borsiste. La maggior dei corsisti, infatti, prendeva appunti e seguiva con attenzione. Come ha fatto lei. L’investimento era davvero significativo: circa 4.000 euro per i due anni di corso necessari alla preparazione al concorso in magistratura ordinaria. Più il costo dei libri. Scritti sempre da Bellomo, finito al centro dello scandalo su dress code e clausole sul quoziente intellettivo di fidanzati e fidanzate, accuse che il giudice respinge.

Maria, come si svolgevano i corsi?

«Lezione venerdì pomeriggio dalle 14 alle 19. Il sabato tutta la giornata. E poi c’erano i temi. Tutto molto faticoso».

Cosa ricorda del consigliere Bellomo?

«Un genio, con la capacità di farci spaziare in modo interdisciplinare. Il suo metodo era incredibile con le dispense e le correzioni che faceva lui personalmente, non gli assistenti. Anche se era anche scostante».

Un esempio?

«Un paio di volte ho provato ad avvicinarmi per fargli domande di carattere giuridico, ma sono stata allontanata, non prima di essere stata stata squadrata. In 30 secondi mi ha liquidato come se lo infastidissi. Non dava confidenza a nessuno».

Proprio a nessuno?

«Beh, ricordo la trasformazione di una ragazza dell’hinterland barese. I primi giorni era vestita normalmente e sedeva dietro. Dolcissima, bravissima, di punto in bianco indossava gonne cortissime, stivali, sembrava fosse pronta per salire sul cubo. Iniziò a sedersi in prima fila. Solo a poche elette il consigliere Bellomo dava confidenza, specie durante le pause».

Cosa accadeva?

«Dopo due ore ci si fermava per un caffè. Bellomo restava seduto al tavolino e prendeva un espressino in compagnia della borsista di turno, oppure se ne stava per conto suo».

Qual era la vostra reazione?

«Questa ragazza era un po’ “ghettizzata” dagli altri. I pettegolezzi su una relazione tra i due erano tantissimi. Non so se era vero, ma a me dispiaceva per lei e cercavo di starle vicino».

Cosa ricorda del professor Bellomo?

«Magrissimo, indossava sempre la stessa maglietta un po’ ingiallita, soprabito di pelle nera, jeans tagliati e stivali texani. Ricordo il riscaldamento al massimo nella sala perché lui aveva freddo, la voce monocorde, il volto inespressivo e l’intelligenza di gran lunga superiore rispetto alla media».

Le è mai venuto in mente di “adeguarsi” a quello che oggi viene descritto come il «dress code»?

«Ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno che lo faceva per compiacerlo. Della serie: “Chissà, se mi vesto anche io così posso essere considerata di più”. Io mi sono concentrata solo sulla mia presenza in quella sala: studio e basta».

Mai avuto il sospetto dell’esistenza di questi contratti?.

«Non mi sono accorta mai di nulla, onestamente e non potrei dire nulla in merito. Se quello che sto leggendo sui giornali fosse confermato, sarebbe gravissimo e le responsabilità sarebbero duplici».

In che senso?

«Non ci sarebbe solo quella di Bellomo perché il tema sarebbe la mortificazione di una funzione pubblica così importante come quella giudiziaria. Ma anche chi ha accettato quelle condizioni, in fondo, ha delle responsabilità perché hanno avallato tutto questo, svilendo se stesse».

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