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Ilva, gruppo Amenduni chiede
300 milioni danni per esproprio

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Mimmo Mazza

TARANTO - Sminato, almeno per ora, il fronte europeo, per il Governo Renzi si apre il fronte interno sul caso Ilva. Il gruppo Amenduni, azionisti di minoranza dell’Ilva, ha deciso di fare causa al Governo per richiedere il giusto indennizzo dopo l’esproprio subito sulla società siderurgica. Gli acciaieri veneti hanno depositato alla sezione specializzata in materie di imprese del Tribunale di Milano l’atto di citazione, nei confronti della Presidenza del Consiglio, della Valbruna Nederland, la società di diritto olandese che ha (o meglio aveva) in carico a il 10,05% del gruppo oggi finito all’asta. I soci di minoranza chiedono 300 milioni a titolo di indennizzo per essere stati espropriati dallo Stato a seguito di una perizia che valuta la società in 2,526 miliardi a fine 2012. In questi giorni è anche stato depositato al Tar del Lazio un ulteriore ricorso per annullare la vendita all’asta del gruppo. La mossa degli Amenduni viene letta in queste ore con molta attenzione dalla famiglia Riva.

Secondo quanto risulta alla «Gazzetta», Claudio Riva e gli altri figli del defunto patron Emilio stanno seguendo tre strade per chiedere i danni al governo. La prima passa attraverso una causa civile finalizzata a far ricadere sui commissari governativi il deterioramento dei conti aziendali sino alla dichiarazione di insolvenza certificata dal tribunale di Milano nel dicembre del 2014, quando l’azienda fu ammessa all’amministrazione straordinaria. Quando una società si trova in quelle condizioni, scatta la conseguente indagine penale che secondo i Riva va rivolta ai commissari governativi e non a loro, perché fino a quando la gestione era nelle loro mani, l’azienda era in attivo. Poi ci sono due ricorsi intentati alla magistratura amministrativa. Il primo riguarda il commissariamento dell’azienda, deciso dal governo Letta il 4 giugno del 2013, il secondo invece il decreto del governo Renzi con il quale per l’Ilva fu disposta l’amministrazione straordinaria. Alle tre iniziative giudiziarie, che dovrebbero essere esaminate dai tribunali competenti entro la prossima primavera, ora si sta valutando un ulteriore ricorso contro la vendita dell’Ilva e delle società ad esse collegate prevista nell’ultimo decreto salva-azienda.

Il governo sembra comunque determinato ad andare avanti. «Noi non accetteremo mai che Ilva sia uccisa dalle lobby di acciaieri di altri Paesi» ha detto ieri il premier Matteo Renzi. «Adesso è aperto il bando, vediamo se - come io credo - ci sarà una cordata vincente. Sono ottimista. Lo scontro europeo su Ilva mi sembra il meno grave».

«Ci sono risorse destinate al risanamento ambientale e su questo non c'è alcun contenzioso con la Commissione europea. Poi ci sono misure - ha aggiunto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan - per far tornare rapidamente sul mercato l’azienda, con capitali privati, e mi auguro esclusivamente italiani. Su questo non c'è una procedura, ma una richiesta di informazioni, è un atto dovuto».

Federacciai ha consegnato al Governo uno studio, basato su dati della Commissione Ue, sugli aiuti di Stato dati da Paesi membri ad aziende siderurgiche nazionali nel decennio 2002-2012. Su 34 casi di richieste di aiuti per imprese siderurgiche, 19 sono andati a buon fine. Gli aiuti sono stati accordati, principalmente ma non solo, per protezione ambientale» dice il presidente Antonio Gozzi aggiungendo che «in base a questo studio l’Italia ha tutte le carte in regola per sostenere l’Ilva e non farla chiudere». «Abbiamo fatto questo studio - spiega Gozzi - per dimostrare due cose. La prima è che gli interventi ambientali sono sempre stati autorizzati, la seconda è che in Europa ci sono due pesi e due misure come si evince dagli interventi statali di Francia e Germania accettati dalla Commissione».

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