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basilicata nucleare

Un «monolite» atomico
frena il futuro dell’Itrec

barre nucleari Itrect Rotondella

Barre nucleari Itrect Rotondella

di MARISA INGROSSO 

BARI - La fossa del «monolite», un blocco cementizio pieno zeppo di almeno 54 metri cubi di scorie radioattive di varia origine e sorta, sbarra ora la strada allo smantellamento dell’Itrec di Rotondella (Matera). Lo rivela in Commissione Attività produttive Luca Desiata l’amministratore delegato di Sogin, la società pubblica incaricata di eliminare quasi tutti gli impianti nucleari nazionali e della costruzione di un deposito per il pattume radioattivo italiano. Per la precisione, Desiata in audizione ha parlato di «interferenze» di ordine «tecnico» e oggi la Sogin spiega alla Gazzetta che per il laboratorio atomico lucano «l’interferenza più significativa è quella tra le attività di bonifica della Fossa 7.1 (nota come la fossa del monolite; ndr) e la realizzazione dell’edificio di processo dell’Impianto di Cementazione Prodotto Finito (Icpf) in quanto il monolite che si trova nella Fossa 7.1 insiste sulla superficie sulla quale sarà costruito questo edificio». La società aggiunge che «al momento sta portando avanti la realizzazione delle opere civili del deposito temporaneo (l’altro edificio che completa l’impianto Icpf)» e che «in parallelo» è «impegnata ad accelerare le operazioni di bonifica della Fossa 7.1, che permetterà di completare l’Icpf e, quindi, svolgere la solidificazione anche del cosiddetto “prodotto finito”». Stando al progetto approvato dallo Stato italiano, infatti, le scorie lucane dovranno essere manipolate in loco e, a tal fine, Sogin deve costruire due edifici: una sorta di laboratorio in cui «neutralizzare» e «solidificare» i rifiuti liquidi radioattivi e un deposito.

Va detto che in questa «fossa», interrata per circa 7 metri dal piano di campagna, ci sono veleni radiotossici da almeno mezzo secolo, da quando questo laboratorio atomico fu costruito nel bel mezzo della Basilicata per fare esperimenti nel ciclo del nucleare. Nell’estate 2014, proprio mentre Sogin cercava di operare su questa macedonia micidiale, dal monolite è colata una sostanza che ha contaminato qualche metro di terreno e gettato nel panico lucani e pugliesi. Oggi Sogin spiega come in quella fossa «suddivisa in 20 manufatti, sono stoccati rifiuti di bassa e media attività fra i quali: teste e puntali degli elementi di combustibile, filtri e resine dell’impianto di trattamento dell’acqua della piscina dell’impianto e residui delle manutenzione che erano svolte durante l’esercizio dell’impianto. Questi rifiuti, dopo essere stati recuperati, saranno messi in sicurezza al fine di destinarli al Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi». Ovvero, visto che la data d’approntamento di questo fantomatico Deposito di scorie a bassa e media radioattività dovrebbe essere il 2025 - se tutto va bene - i veleni del monolite resteranno all’Itrec almeno per altri otto anni.

E la medesima sorte dovrebbe toccare alle famose barre uranio-torio di Elk-River. In proposito la Sogin chiarisce che «come riferito in sede di audizione parlamentare, allo stato attuale per queste barre è previsto lo stoccaggio a secco in appositi Cask (speciali contenitori blindati; ndr)». E se, come pare, nessuno Stato estero accetterà di prendersi il particolare concentrato di isotopi lucano? Sogin dice di prevedere «lo stoccaggio a secco dei 64 elementi di combustibile Elk River. Al riguardo verranno inseriti in due Cask che conterranno, ciascuno, 32 elementi. I Cask saranno, temporaneamente, ospitati all’interno dell’impianto, fino al loro conferimento al Deposito nazionale».
Circa il «dove» sorgeranno il Deposito per le scorie a bassa e media intensità e il Deposito per quelle altamente radiotossiche, la Sogin tace e passa la parola ai ministeri competenti. Però, in seguito alle domande poste in audizione, dall’on. barese Dario Ginefra (Pd), Sogin dovrà presto rispondere ai quesiti relativi agli assetti antiterrorismo che dovranno avere i magazzini sempiterni dell’esperienza nucleare italiana.

Intanto, tra problemi «tecnici», nuovi assetti interni alla società, e nuovi interlocutori nazionali (con un ritardo scandaloso sta diventando operativo l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione) i lavori in Basilicata vanno a rilento. Ovviamente sono stati già spesi un po’ di soldi pubblici: stando alla Sogin «allo stato attuale, i costi delle attività connesse allo smantellamento di Itrec sono pari a circa 70 milioni di euro. Il costo complessivo delle attività di decommissioning (lo smantellamento; ndr) del sito di Trisaia è stimato in circa 250 milioni di euro».

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