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di RINO D'ALOISO

BARLETTA - C’è un «giallo» nell’inchiesta sul disastro ambientale nell’ambito della quale, a fine ottobre, la Procura di Trani ha chiesto il rinvio a giudizio di 17 persone fra rappresentanti di alcune società (Cementeria Buzzi Unicem spa, Dalena Ecologia e Trasmar), componenti del Comitato Tecnico Provinciale Bat, dirigenti della Regione Puglia e dipendenti dell’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione dell’ambiente (Arpa Puglia).
Il «giallo» è racchiuso in una lettera di «un operaio specializzato in servizio durante il turno notturno presso il reparto altoforno della cementeria di Barletta Buzzi Unicem». Chi scrive «vuole avvertire dei fatti accaduti il 31 maggio 2016 precisamente alle ore 2, presso la suddetta fabbrica». In calce alla missiva, datata 1° giugno e protocollata il 6 giugno 2016 dal Gruppo di Barletta della Guardia di Finanza, inviata oltre che alle Fiamme Gialle, anche al comandante dell’82° Reggimento fanteria «Torino», alla Procura di Trani, al ministro della Difesa e al sindaco di Barletta, c’è una firma che appare sostanzialmente illegibile. Alla sottoscrizione sarà stato dato un nome e un volto? Dalle carte depositate in vista della fissazione dell’udienza preliminare, non si comprende.

Ma, quello che appare davvero preoccupante, è ciò che racconta l’operaio non meglio identificato: «Alle 2 circa del 31 maggio 2016, durante la fase di lavorazione e carico degli altoforni, si è verificato presso il reparto un errore nelle manovre di carico del combustibile solido (rifiuti speciali risultati poi contenenti isotopi radioattivi), inseriti per sbaglio nel ciclo di incenerimento che alimenta gli altoforni. Da questo errore, si è cagionata una esplosione che ha causato la fuoriuscita di materiale di combustione dal forno, spargendosi per tutta l’area di lavorazione».
E poi: «Per facilitare la dispersione dei fumi e la messa in sicurezza dell’impianto, sono state effettuate delle manovre di emergenza. Sono stati bypassati i filtri. Questa nube di fumi incombusti e radioattivi ha invaso una vasta area della fabbrica, provocando una gigantesca nube tossica. Da questa nube, gli isotopi radioattivi presenti nei gas di scarico della ciminiera hanno fatto scattare i contatori Geiger presenti in fabbrica. Dalla nube sono fuoriusciti dei gas di combustione comprendenti composti di cloro, composti di fluoro, ossidi di zolfo, essidi di azoto, idrogeno solforato, cadmio, mercurio e altri metalli pesanti, PCDD e PCDF (ovvero, policloro-dibenzo-p-diossine e dibenzofurano policlorurato, ndr), espressi come diossina equivalente in vasta quantità».

La ricostruzione di quanto sarebbe accaduto continua così: «Al momento del disastro, sono state adottate tutte le procedure di sicurezza e avvisati i responsabili della fabbrica per le varie ed eventuali procedure del caso e per allertare gli organi competenti. La nube radioattiva e tossica, abbastanza densa e vasta, date le condizioni meteo e del vento, è avanzata tenendo una distanza molto bassa rispetto al terreno, verso via Andria e coprendo buona parte della caserma Stella». Secondo l’autore della denuncia, «nessun organo competente è stato avvisato del disastro avvenuto». Raccomandazione finale: «Occorre verificare lo stato di salute dei militari, per verificare che non abbiano inalato fumi della combustione e verificare se siano presenti nella caserma residui di materiale contaminante misto a diossina e a metalli pesanti».
Sono stati effettuati quei controlli? E, se sì, cosa hanno accertato? 

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