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È morto ieri sera a Roma al reparto di cardiochirurgia del Policlinico il regista e sceneggiatore Ettore Scola. Aveva 84 anni. Era nato a Trevico (Avellino) il 10 maggio 1931. Scola era in coma da domenica sera

di Giorgio Gosetti

Se si facesse un referendum popolare per il film più perfetto del cinema italiano, forse vincerebbe lui con Una giornata particolare del 1977. Ettore Scola, il cui cuore si è fermato «per stanchezza», circondato da una famiglia stretta a riccio per difenderne l’intimità, custodi la moglie Gigliola e le figlie Paola e Silvia, è stato un campione assoluto del miglior cinema italiano del secondo ‘900, un maestro che detestava i titoli altisonanti, che amava l’autoironia, ma che mai ha rinunciato ad essere in prima fila nelle grandi battaglie civili ed artistiche del Paese.

Animatore della politica cinematografica degli autori con l’Anac, ministro-ombra del Pci con delega alla cultura nel 1989, presidente del Bif&st di Bari dal 2011 dove non aveva mai mancato un’edizione, alle celebrazioni per i suoi 80 anni confessava: «Per il momento non ho tanta voglia di lavorare, anche perché diventa perfino difficile trovare il tempo: sanno che sei libero e ti cercano tutti, per le richieste più strane. Ogni paesino ha un cinema che rischia la chiusura, un festivalino che cerca di crescere, un circolo culturale. E io tutto sommato mi commuovo a sentire tanta passione, mi sembra tempo ben speso quello a fianco di giovani che credono ancora in valori e idee. Ma detesto le celebrazioni e l’enfasi, non è ancora tempo di mummificarmi».

E icona immobile non sarà nemmeno adesso, perché l’eco dei suoi film più belli tornerà presto grazie al film documento ancora inedito Ridendo e scherzando che gli hanno regalato le figlie, riprendendo quel testimone della memoria per la quale era tornato alla regia nel 2013 con il toccante Che strano chiamarsi Federico, quasi un album di famiglia strettamente intrecciato al ricordo di Fellini.

Nato a Trevico, in Irpinia, nel 1931, si trasferisce con la famiglia a Roma, dove frequenta il Liceo classico Albertelli. Studente di legge, disegnatore e battutista sul «Marc’Aurelio» di Ruggero Maccari e poi autore alla radio per le gag di «Mario Pio» cucite su misura per Alberto Sordi, Scola cresce nel cinema italiano come un «ragazzo di bottega». I suoi maestri sono Ruggero Maccari, Mario Mattoli, Steno, Antonio Pietrangeli ma anche Totò e Sordi. Eppure è a Vittorio De Sica che poi dedicherà il suo capolavoro C’eravamo tanto amati del ‘74 ed è al neorealismo che guarderà con Una giornata particolare del 1977, scritto con Maccari da un’idea di Maurizio Costanzo, forse il punto più alto della sua collaborazione con l’amico Marcello Mastroianni che avrebbe diretto in ben nove film.

Gli anni ‘70 coincidono con la massima creatività dell’autore che però firma le sue prime sceneggiature già nei primi anni ‘50, conoscendo successi da Un americano a Roma a Accadde al commissariato, da Il conte Max a Il mattatore o La marcia su Roma che preannuncia il suo esordio dietro la macchina da presa: è il 1964, il film è Se permettete parliamo di donne. Ma è nel ‘68 che, grazie alla garanzia di Sordi, firma il suo primo successo popolare con Riusciranno i nostri eroi. I vizi degli italiani sono in mostra, l’approccio è diverso da quello dei Monicelli e Risi, una vena di malinconia e di solidarietà per i suoi «mostri».

Da regista ha sempre guardato con disincanto alla sua carriera, eppure film come La più bella serata della mia vita da Durrenmatt, I nuovi mostri, La terrazza, La famiglia scandiscono altrettanti capitoli del miglior cinema italiano in una fase storica (l’ultimo terzo del ‘900) che acuiva il declino italiano. Di Scola va ricordata l’anima di più ampio respiro europeo, che passa per titoli come Il mondo nuovo (1982), Ballando ballando (1983), Il viaggio di Capitan Fracassa (1990).

Che la politica sia stata sempre la sua passione è facile ricordarlo scorrendo la lista dei documentari che ha firmato: da Viaggio nel Fiat Nam fino a Un altro mondo è possibile e Lettere dalla Palestina (opere collettive dei cineasti italiani del 2002), passando per il toccante L’addio a Enrico Berlinguer del 1984. Scola non si è mai nascosto dietro scelte di comodo, ma non ha mai sbandierato le sue passioni con un gusto della battuta sdrammatizzante che lo accompagnava in ogni apparizione pubblica. «Bisogna saper ridere di sé per ironizzare sul mondo - diceva -. Peccato che ogni anno che passa sia sempre più difficile».

Parlava piano con un eloquio punteggiato di battute sottili che non risparmiavano niente e nessuno, ma sempre accompagnate a una natura gentile che restituiva umanità e calore. Ha vinto a Cannes, a Venezia, per quattro volte è stato nominato all’Oscar e sulla bacheca di casa figurano 8 David di Donatello, compreso quello alla carriera ricevuto nel 2011. Ha tenuto a battesimo imprese culturali come il Festival di Annecy e quello di Bari fondato, come la Casa del Cinema, dal suo amico Felice Laudadio. Ha vissuto tra i libri, le passioni, il disegno, la musica, senza sentirsi quel grande intellettuale europeo che era diventato.

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