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In Puglia e Basilicata

«Per le Foibe ci fu una congiura del silenzio»

Il presidente Napolitano interviene nel giorno della memoria per una delle pagine più oscure della storia italiana del secondo dopoguerra e sottolinea come il dramma degli infoibati e degli esuli giuliano-dalmati venne ignorato per pregiudiziali ideologiche. «Esiste un dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato»
• Fitto sulle Foibe: una pagina di storia a lungo rimossa

10 Febbraio 2007

ROMA - Fu una vera e propria «congiura del silenzio», cui concorsero, se non tutti, in molti. Vuoi per cecità politica, vuoi per opportunismo diplomatico, ma Giorgio Napolitano mette bene in chiaro: il dramma degli infoibati e degli esuli giuliano-dalmati venne ignorato per pregiudiziali ideologiche.
Un nuovo capitolo nell'opera di riconsiderazione del passato che pare essere uno dei punti salienti di questo settennato. Come quando, ad esempio, il Colle puntò il dito contro certi ideologismi che compenetrarono la Contestazione, o rivalutò l'opera di un Giovanni Leone unico tra i Presidenti ad aver lasciato l'incarico anzitempo per le critiche legate al Caso Lockheed.

Nel Salone dei Corazzieri parla per primo Francesco Rutelli, che anticipa in qualche modo il senso della celebrazione della Giornata del Ricordo. Un riconoscimento «saggio, giusto ma tardivo», spiega, «la tragedia del silenzio» sceso sulla storia del popolo giuliano-dalmata dopo al seconda guerra mondiale «non è meno dolorosa» delle tragedie sofferte da esso nel corso del conflitto - prosegue Rutelli, «per il popolo giuliano-dalmata fu il veleno letale della non riconoscenza» che nasce dalla freddezza generale nei confronti del loro dramma e del loro tributo alla storia italiana. Ben venga, allora, un museo che sorgerà a Roma (in sala c'è anche Walter Veltroni) in quel quartiere dove molti di quegli esuli andarono ad abitare.

Tocca quindi a Paolo Barbi, anziano professore con una lunga carriera politica alle spalle ed un innamoramento per la causa europeista che lo fa essere particolarmente vicino al Capo dello Stato. Non a caso Napolitano, ascoltato il suo intervento letto dal generale Mosca Moschin perché Barbi non ce la fa, lo abbraccia e lo bacia. Segue la cerimonia della vera e propria commemorazione: trenta medaglie d'oro e trenta diplomi a chi, nelle foibe, nelle caserme titine o nel mare di Zara perse il padre, entrambi i genitori, un fratello.
«Esiste un dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato», esordisce Napolitano, nei confronti di «una miriade di tragedie e di orrori e di una tragedia collettiva, quella dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo».
L'Italia, ricorda Napolitano, esprime «affettuosa vicinanza e solidarietà», tangibilmente espressa dal fatto che «da un certo numero di anni a questa parte si sono intensificate le ricerche e le riflessioni degli storici sulle vicende cui è dedicata questa giornata».
Fin dall'inizio di quella tragedia, nell'autunno del 1943, si intrecciarono «giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento» della presenza italiana «da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia». Fu «un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. Si consumò - nel modo più evidente con la disumana ferocia delle foibe - una delle barbarie del secolo scorso».
Non a caso agli orrori del Novecento è stata data la risposta di «un'Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espressosi nella guerra fascista a quello espressosi nell'ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia, un'Europa che esclude naturalmente anche ogni revanscismo».

Napolitano parla con il consueto tono camo, senza sottolineare con la voce nessuno dei passaggi chiave dell'intervento. Ma è chiaro che è al finale che ha affidato tutto il senso della giornata.
Ancora oggi, sottolinea, «va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l'odissea dell'esodo, e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell'Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale». Soprattutto «va ricordata la 'congiura del silenziò, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio».
«Anche di quella non dobbiamo tacere», ammonisce i Presidente, «assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».

Nel Salone dei Corazzieri i parenti delle vittime della pulizia etnica ascoltano in silenzio. Tra di loro i Luxardo, famiglia di imprenditori e di politici che pagò con la vita di due fratelli e della moglie di uno di questi, gettai in mare in un freddo giorno di novembre. E anche il figlio di Vincenzo Serrentino, l'ultimo prefetto di Zara italiana, fucilato dai miliziano della Jugoslavia comunista.
Oggi che in Italia «abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all'ingresso nell'Unione», ricorda loro Napolitano, «dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliamo, è la verità». Esattamente questo: «un solenne impegno di ristabilimento della verità». È l'essenza della giustizia.
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