Martedì 28 Giugno 2022 | 12:04

In Puglia e Basilicata

La tragedia in mare

Rimorchiatore affondato a Bari: sequestrato pontone, 2 indagati. Forse problema tecnico: imbarcata acqua in 20 min. Familiari delle vittime: «Vogliamo giustizia»

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Foto Ansa

L'accusa per comandante e armatore è di naufragio e omicidio colposo

20 Maggio 2022

Redazione online

BARI - È stato sottoposto a sequestro probatorio il pontone AD3 che viaggiava a traino del rimorchiatore Franco P. affondato mercoledì sera al largo delle coste baresi. Il decreto di sequestro firmato dalla Procura di Bari è stato notificato dagli uomini della capitaneria di porto quando il pontone è attraccato nel porto di Bari. Nel provvedimento di sequestro risultano indagati il comandante del rimorchiatore, il 63enne di Catania Giuseppe Petralia, unico sopravvissuto all’affondamento e attualmente ricoverato in ospedale a Bari, e l’armatore Antonio Santini, 78enne romano, legale rappresentante della società Ilma di Ancona proprietaria del rimorchiatore e del pontone. Nel fascicolo d’inchiesta, coordinato dalla pm Luisiana Di Vittorio, si ipotizzano i reati di concorso in naufragio e omicidio colposo plurimo. Il decreto di sequestro riguarda anche il rimorchiatore affondato, il cui relitto però si trova a circa mille metri di profondità a 50 miglia dalla costa pugliese. 

«Per accertare la dinamica dell’affondamento del rimorchiatore e il rispetto della normativa sulla sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio a bordo dell’unità nautica - si legge nel decreto di sequestro - si rende necessario procedere con il sequestro dell’imbarcazione (rimorchiatore e galleggiante) e di tutti gli strumenti e la documentazione presenti a bordo». "Tale sequestro - prosegue il provvedimento della Procura - si rende necessario in quanto si devono ricostruire sia le circostanze del naufragio sia le dinamiche relative alle operazioni di evacuazione e salvataggio delle persone a bordo del convoglio sia le eventuali responsabilità di coloro che erano deputati a coordinare dette attività sia il rispetto della normativa sulla sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio a bordo della unità navale in oggetto. Nello specifico, si devono effettuare i rilievi e gli accertamenti tecnici volti a riscontrare le dichiarazioni che nel corso delle indagini saranno rese dalle persone informate sui fatti sulla gestione delle operazioni di imbarco e sulle modalità con le quali si è verificato il danneggiamento dell’imbarcazione che ha causato il naufragio del rimorchiatore Franco P».

LA TESTIMONIANZA DEL CAPITANO SCIASCIA

«Hanno imbarcato acqua in modo tanto rapido che non ce l’ha fatta a mantenere la linea di galleggiamento ed è andato giù a picco». A parlare è Carmelo Sciascia, il comandante del pontone AD3 rimorchiato nel porto di Bari dopo l’affondamento del rimorchiatore Franco P. mercoledì sera. Sciascia è uno dei testimoni oculari del naufragio. Ha risposto a poche domande dei cronisti prima di essere sentito dagli uomini della capitaneria di porto che su delega della procura stanno raccogliendo le testimonianze dei componenti dell’equipaggio. «Ho visto tutto e niente. Ho detto io di buttarsi in acqua, ma non ce l’hanno fatta i ragazzi e sono andati giù» ha detto. Secondo il comandante le condizioni meteo "c'entrano fino a un certo punto, perché c'era mare, 3 metri e mezzo di nord est e vento». Sciascia chiarisce che il comandante del rimorchiatore affondato, unico superstite, «non lo abbiamo visto, lo ha preso una nave che ho chiamato io per avvicinarsi e prenderlo perché vedevamo una lucetta, perché i giubbotti hanno le lucette che si accendono quando si arriva in acqua. Se il personale - spiega - avesse indossato i giubbotti si sarebbero salvati tutti, ma non ci sono riusciti perché è stata troppo rapida la cosa e adesso si deve capire perché è stata così rapida».

SI PENSA A UN PROBLEMA TECNICO 

«Ci si è spaccato il cuore, ma non abbiamo potuto salvarli. E’ successo all’improvviso, in 20-25 minuti. Eravamo in navigazione da quattro giorni e non c'era il minimo problema». Onorio Olivi è il tecnico del pontone AD3 tra i testimoni dell’affondamento del rimorchiatore Franco P. L’uomo è stato sentito oggi nella Capitaneria di porto di Bari nell’ambito dell’indagine sul naufragio nel quale hanno perso la vota tre marittimi e altri due sono ancora dispersi. "Abbiamo visto la barca che imbarcava acqua e non c'è stato niente da fare, neanche il tempo di poterli aiutare - spiega - , perché le condizioni del mare erano quelle che erano». Ma chiarisce che con l’affondamento «le condizioni meteo non c'entrano niente, probabilmente c'è stato un inconveniente tecnico. Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo messo anche un gommone in acqua rischiando la vita di quelli che andavano sul gommone, perché lì c'erano i nostri fratelli, ma purtroppo non siamo riusciti a fare niente. Il senso di impotenza ci distrugge tutti perché sei lì e non puoi fare niente». Commuovendosi spiega dice che «li sentivo come più che fratelli perché la vita del mare, chi la fa lo sa, 24 ore al giorno si affronta tutto insieme. Il momento è terribile. Abbiamo vissuto insieme, vent'anni abbiamo lavorato insieme, gente che ha lavorato una vita con noi. Adesso - continua - pensiamo al dolore delle famiglie, a chi non c'è più, padri di famiglia, nonni, genitori, uno doveva sposare la figlia, pensiamo a mogli e figli che ora hanno bisogno di conforto e poi alle colpe si penserà».

LE PAROLE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME

I famigliari sono distrutti, chiedono giustizia e sono anche molto scioccati. Devo dire che tutta questa assistenza da parte di chi avrebbe dovuto fornirla, e non parlo solo dello Stato ma anche dei privati, non mi pare ci sia stata». Lo dichiara l’avvocato Antonio Vito Boccia, che assiste con il collega Antonio Cosentino la moglie e le figlie del 65enne di Ancona Luciano Bigoni, una delle tre vittime accertate del naufragio del rimorchiatore Franco P, avvenuto la sera del 18 maggio a circa 50 miglia dalla costa pugliese. I famigliari sono a Bari da ieri dove hanno dovuto fare il riconoscimento del corpo del loro caro.
«Il timore - aggiunge l’avvocato Boccia parlando dell’indagine penale sul naufragio - era che il procedimento potesse essere trasferito fuori dall’Italia perché il naufragio pare che sia avvenuto in acque contigue a quelle marittime della Croazia. Quindi, sapere che la Procura di Bari si è ritenuta competente ci dà almeno la certezza che il procedimento inizierà». Oggi nell’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari sono state formalmente riconosciute anche le altre due salme: si tratta del 58enne di Ancona Andrea Massimo Loi e del 63enne di origini tunisine e residente a Pescara Jelali Ahmed. Continuano le ricerche dei due dispersi, i due marittimi pugliesi, entrambi di Molfetta (Bari), Mauro Mongelli di 59 anni e Sergio Bufo di 60 anni.

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