Lunedì 20 Aprile 2026 | 14:35

Sapelli: «Ma ora va difeso l’acciaio italiano»

Sapelli: «Ma ora va difeso l’acciaio italiano»

Sapelli: «Ma ora va difeso l’acciaio italiano»

 
Michele De Feudis

Reporter:

Michele De Feudis

Sapelli: «Ma ora va difeso l’acciaio italiano»

L'economista: «Nichi non è colpevole, le sue uniche responsabilità sono sul piano politico»

Martedì 01 Giugno 2021, 15:12

Professor Giulio Sapelli, economista e accademico, il processo “Ambiente svenduto” si è concluso in primo grado con pesanti condanne per la famiglia Riva e per i politici alla guida delle istituzioni territoriali nel periodo vivisezionato dai magistrati, da Nichi Vendola a Giovanni Florido. Come “va letta” questa sentenza?
«Sono figlio delle istituzioni, rispetto i magistrati, ma non posso esimermi da alcune considerazioni».

Prego.
«Questa è una sentenza di primo grado, resta la presunzione di innocenza. Mi auguro che siano innocenti. Ma Vendola...».

L’ex governatore…
«Deve essere contestato politicamente. Da quello che so, non si è mai affrontato il problema dell’Ilva, fino al punto che abbiamo espropriato una famiglia di un bene, una cosa che capita solo in Venezuela, o nelle nazioni in procinto di essere travolte da una rivoluzione bolscevica».

Cosa non torna nell’esproprio?
«La famiglia Riva è una delle poche nel mondo occidentale capitalista che ha subito l’esproprio della propria azienda. Solo il generale De Gaulle in Francia espropriò Renault, perché aveva collaborato con il nazionalsocialismo».

C’è una sentenza primo grado.
«So bene come si presenta la legge 231: è molto difficile risalire all’apice della responsabilità nelle imprese, mentre resta il nodo politico. Vendola, un presidente ecologista e di sinistra, non è riuscito a far cambiare le modalità di produzione dell’acciaio, passando dal carbone al gas. Così come sempre Vendola non ha impedito lo sfruttamento selvaggio del proletariato nero che lavora nelle campagne pugliesi».

L’inchiesta era iniziata nel 2012.
«L’Italia è un triste Paese che ha bisogno della magistratura per affrontare nodi strategici, magistratura il cui verdetto arriva dopo 10 anni. Fa riflettere che si risolvano questioni così importanti non con la politica ma con la magistratura e addirittura con un esproprio».

Cosa non ha funzionato nella gestione privata della produzione dell’acciaio?
«Le rispondo così: la gestione pubblica italiana delle acciaierie era la migliore del mondo. Questa eccellenza nazionale è stata scientemente distrutta, come nel caso di Bagnoli poi venduta ai cinesi. Sull’Ilva si è fatto di tutto per non farla funzionare perché si vuole impedire all’Italia di partecipare alla ricostruzione della Mesopotamia…».

Dopo il sequestro sono state rilevanti le scelte dei governi nazionali.
«La fabbrica è stata data alla cordata indiana di ArcelorMittal che aveva una evidente e nota sovracapacità produttiva, mentre c’era un’altra cordata, con gli Arvedi, che aveva un partner indiano senza questo surplus produttivo».

Cosa c’è da interpretare?
«La scelta operata ricalca tante opzioni della storia economica, ed è funzionale alla chiusura di Taranto. La competizione nel capitalismo avviene eliminando l’avversario, usando il potere gerarchico degli Stati. Nessuno voleva che in Italia ci fossero le acciaierie di Terni, basta leggere il celebre saggio di Franco Bonelli».

Chi è il nemico dell’acciaio italiano?
«Il capitalismo estrattivo franco-tedesco è stato sempre contrario alla emersione dell’Italia industriale. Purtroppo questo progetto è stato fiancheggiato dalla borghesia “vendedora” italiana, che si arricchisce svendendo asset strategici a multinazionali straniere, come abbiamo fatto con le privatizzazioni guidate da Romano Prodi negli anni 90. Eppure c’era una parte della borghesia produttiva italiana che voleva conservare la produzione del nostro acciaio: i Riva, gli Arvedi, Pasini… Il governo, nei fatti, ha privilegiato una cordata che aveva nel suo programma un ridimensionamento dell’insediamento produttivo ionico e la magistratura ha accompagnato questo processo, anche con le sentenze per chiudere la produzione nell’area a caldo».

Come si difende l’acciaio italiano?
«Con la forza mostrata dalle acciaierie private del Nord, che hanno fatto una politica netta per frenare l’arrivo dell’acciaio cinese in Italia, ma sono state lasciate sole dal governo. Giuseppe Pasini di Federacciai, e prima il professor Antonio Gozzi, hanno compiuto una battaglia eroica, ma hanno avuto e hanno contro tutti».

Che succederà (ancora) a Taranto dopo questo terremoto giudiziario?
«Si è voluto mettere contro l’ambiente e il lavoro, mentre si doveva riformare l’industria, perché con le tecnologie moderne si può fare l’acciaio senza inquinamento. Ma contro questa produzione strategica ci sono le utopie e gli interessi di chi appoggia il solare e l’eolico, che servono per un condominio ma non per ospedali».

Può l’Italia del G8 non produrre acciaio?
«I tedeschi lo producono, i francesi anche, gli inglesi vogliono tornare a produrlo. Lo stabilimento di Taranto va difeso strenuamente, producendo lì l’acciaio grazie a tecnologie sostenibili e pulite, acciaio per gli aerei. Ma purtroppo nel nostro Paese vanno per la maggiore gli esoterismi di chi pensa che gli aerei possano volare alimentati dal solare…».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)