Martedì 19 Gennaio 2021 | 21:39

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Dopo tre anni è caduta l'accusa di concussione: gli atti non hanno documentato alcun tipo di scambio tra denaro e appalti pubblici

Macché appalti e favori, l'inchiesta scagiona Vito Ladisa ed Emiliano

Non c’è stata alcuna pressione illecita nei confronti degli imprenditori, né tantomeno ci sono stati appalti o altri favori (peraltro nemmeno richiesti) che i vertici della Regione Puglia hanno fatto alla Ladisa spa o alla Margherita srl in cambio di denaro. La Procura di Torino ha chiuso le indagini sul presidente Michele Emiliano e sul suo capo di gabinetto Claudio Stefanazzi relative alle primarie nazionali Pd del 2017. Sono le indagini nate dal fascicolo trasmesso da Bari in estate, le cui accuse iniziali - come era intuibile già dalla mutata competenza territoriale - sono ora fortemente ridimensionate: sparite le ipotesi iniziali di induzione indebita (la vecchia concussione) e di abuso d’ufficio, restano solo un (presunto) illecito finanziamento al Pd e l’utilizzo di fatture false.

L’inchiesta aperta a Bari nel 2018 dall’allora procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno sulla base di una lettera anonima perde dunque gran parte del suo spessore, e vede l’uscita di scena del principale accusatore, l’imprenditore della comunicazione torinese Piero Dotti: l’uomo che nel 2017 si occupò della campagna di Emiliano per le primarie Pd (quelle vinte da Renzi) e che poi chiese e ottenne un decreto ingiuntivo nei confronti del presidente della Regione, salvo poi cadere in una serie di contraddizioni davanti agli inquirenti baresi che gli chiedevano conto delle fatture emesse. Il pm torinese Giovanni Caspani ha notificato l’avviso di conclusione soltanto a Emiliano, Stefanazzi e agli imprenditori Vito Ladisa (cui fa capo la Ledi srl, società editrice di questo giornale) e Giacomo Mescia: a tutti è contestato il concorso nella violazione delle norme sul finanziamento pubblico ai partiti, perché - dice il capo di imputazione - Mescia e Ladisa su interessamento di Stefanazzi si sarebbero fatti carico di pagare i 65mila euro vantati da Dotti nei confronti di Emiliano per la campagna di comunicazione, un contributo «non deliberato dall’organo sociale competente» delle due società e non iscritto in bilancio. Ladisa e Dotti avrebbero poi violato norme in materia fiscale, poiché le corrispondenti fatture emesse dalla Eggers di Dotti (per la Ladisa parliamo di 11mila euro di Iva a fronte di 150milioni di fatturato) sarebbero in realtà relative alla consulenza prestata a favore di Emiliano. Nessuna contestazione invece nei confronti di Dotti, che ha emesso quelle fatture, probabilmente perché l’imprenditore torinese ha chiesto un patteggiamento.

Il quadro accusatorio delineato dalla Procura di Torino riconduce dunque la vicenda in un alveo di gravità infinitamente minore rispetto alla prospettazione iniziale, e comunque a fronte di circostanze che le difese si dicono pronte a chiarire già con una memoria, prima che intervenga la richiesta di rinvio a giudizio: ad esempio chiedendo che venga riconosciuto come quella fattura sia relativa a una prestazione effettivamente eseguita. La Ladisa si è infatti rivolta alla Eggers di Dotti per una propria campagna di comunicazione, circostanza raccontata dallo stesso Dotti in sede di interrogatorio: «A fronte dell’emissione della fattura su richiesta del Ladisa - ha messo a verbale l’imprenditore torinese - tuttavia ho svolto una prestazione consistita in attività di consulenza/comunicazione in funzione di una gara d’appalto alla quale la Ladisa doveva partecipare in Piemonte. Il mio interesse e quello della società rappresentata era esclusivamente quello di ottenere il pagamento di quanto dovuto per la prestazione di consulenza effettuata in favore di Emiliano. Mi sono determinato autonomamente ad accettare la proposta del Ladisa, d’altro canto la prestazione nei confronti della società è stata effettivamente eseguita, ed avevo interesse all’acquisizione di un nuovo cliente». Solo che, dice Dotti, lui «pensava» che quella fattura fosse relativa alla comunicazione di Emiliano anche se aveva svolto (e gli era stato pagato) un lavoro per Ladisa.

Il 10 aprile 2019, alla scadenza dei primi sei mesi di indagini, l’allora aggiunto Bruno ha mandato la Finanza a effettuare le perquisizioni che hanno causato la discovery dell’inchiesta: emersero particolari (ad esempio sull’esistenza di chat segrete con telefoni nascosti) che non hanno trovato corrispondenza negli atti. Né è mai emersa traccia di richieste o di proposte illecite su appalti della Regione. «Da sei anni - è il commento di Vito Ladisa - ho a che fare con l’autorità giudiziaria. Ho sempre avuto e continuo ad avere massima fiducia nella giustizia, e sono certo che emergerà, come sta emergendo, l’assoluta correttezza del nostro operato».

IL COMMENTO DELL'AVVOCATO - «La notizia di Torino è in realtà una non-notizia in quanto certifica quel che era chiaro sin dall’inizio e cioè che il Presidente Emiliano non ha mai avuto alcun coinvolgimento con qualsivoglia imprenditore. Ancora una volta il Presidente, difendendosi nel processo, vede venir meno le gravi accuse prospettate nei suoi confronti. Si pensi che si era partiti da una ipotesi di induzione indebita e false fatturazioni, per arrivare invece ad una ipotesi di violazione della normativa sul finanziamento dei partiti, peraltro documentalmente smentita dagli atti». Questo il commento dell'avvocato di Michele Emiliano, Gaetano Sassanelli.

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