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Caso Gazzetta, il messaggio dei giornalisti prepensionati: «Il nostro un sacrificio vano»

«Il nostro un sacrificio a malincuore, per salvare le sorti della testata e dei colleghi più giovani. A quanto pare, inutilmente»

Cari Lettori della «Gazzetta», per il 29 prenotate una copia in più

E ci siamo anche noi, i giornalisti «rottamati». Vorremmo dire una parola anche noi sulle sorti della nostra «Gazzetta». Siamo le firme che nel corso degli anni avete visto sparire, una per volta, travolte dagli stati di crisi che si sono susseguiti a velocità vorticosa. A ogni stato di crisi, e negli ultimi 20 anni ce ne sono stati molti, troppi, decine di colleghi sono stati più o meno «gentilmente» accompagnati alla porta. Gli ultimi, due anni fa, addirittura davvero poco gentilmente, con una lettera trovata sulla scrivania che intimava ferie forzate e cassa integrazione, una lettera che ben lasciava intendere il livello di considerazione in cui questa azienda ha sempre tenuto i suoi lavoratori, per poi arrivare alla firma di un prepensionamento forzatamente volontario.

Per quanto in epoca di «quote cento» invocate da più parti, ben pochi di noi sono stati felici di essere costretti a lasciare una professione amata e una redazione vissuta quanto e più della propria casa, in età non certo pensionabile, nel pieno delle forze umane e professionali e con ancora intatti la voglia, l’energia e lo spirito di servizio che ci avevano portati a scegliere questo «mestiere».

Non stiamo qui a raccontare la dignità che urla quando vieni trattato da «numero» ormai inutile e, appunto «rottamabile». Ma ce l’hanno sempre raccontata come un sacrificio necessario a salvare le sorti della testata, i posti di lavori dei colleghi più giovani di noi, che quindi, senza il nostro sacrificio, alla pensione non sarebbero forse mai arrivati. E quindi abbiamo accettato. Abbiamo messo quella firma. E pochi, forse pochissimi, hanno festeggiato sulle scale, andando via. La maggior parte ha ingoiato lacrime e amarezza. Ma c’erano i colleghi da tutelare, la testata da salvare e allora ok, va bene.

Quei conti da risanare e rimettere in equilibrio, alla luce dei fatti è evidente che non siano andati in equilibrio neanche un po’. Quelle firme messe nostro malgrado, come tante altre azioni messe in campo dall’azienda, hanno solo cancellato di anno in anno pezzi del bagaglio di conoscenza e di esperienza, pezzi del patrimonio del giornale. E tutto senza un grazie, senza una stretta di mano, senza un saluto che, sia pure formale, avrebbe salvato almeno le apparenze.

Abbiamo giusto salutato i colleghi che in qualche caso ci hanno guardati come esseri baciati dalla fortuna: «Almeno tu la pensione la prendi». Naturalmente non parliamo di pensioni d’oro: se sei costretto a lasciare il lavoro anzitempo puoi solo contare le perdite, leccarti le ferite e guardare al futuro con preoccupazione. E fra noi c’è anche chi, oltre al grazie mai arrivato, aspetta ancora soldi, frutto di accordi non rispettati. Ma va bene tutto. Davanti a colleghi, a compagni di lavoro che rischiano il posto e lo stipendio, e che pure avanzano soldi e stipendi non pagati, ti stringi il cuore e non ti lamenti, scherzi, fai finta di sentirti baciato dalla fortuna, così come hai fatto finta di volerlo, quando hai firmato quel prepensionamento.

Il ricorso sistematico all’esclusivo taglio del costo del lavoro ha mandato a casa generazioni di giornalisti. E ancora va bene. Ma dov’è quel salvataggio a cui il nostro sacrificio doveva servire? Dov’è il rilancio? Dov’è il futuro del giornale?

Noi siamo quelli di ieri, degli anni passati. Il nostro nome sul giornale non lo leggete più. Non fa niente. Tutti i nostri nomi fanno parte di un solo nome: La Gazzetta del Mezzogiorno. E se ci avete detto che noi dovevamo andar via perché fosse salvata, bene, adesso salvatela.

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