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Un invito a non sovrapporre l’emergenza sanitaria per il Coronavirus a narrazioni belliche e un appello al realismo nell’uso delle nuove tecnologie in parlamento, in attesa «del ritorno della politica»: Massimo Cacciari, in linea con le categorie schmittiane che hanno caratterizzato la sua vastissima produzione filosofica, smonta ogni ridondante luogo comune.

Come cambia la politica al tempo del Coronavirus? Spariscono le piazze, le agorà sono sul web e i parlamenti vano a singhiozzo?
«C’è molta cattiva letteratura sull’argomento. Si è visto come la piazza può contare ancora: è il caso delle sardine o dei movimenti no global negli anni passati. Manifestazioni di massa sull’ambiente ci sono state. C’è molta retorica ma in emergenza come nelle guerre non ci sono raduni in piazza…».

La pandemia è una guerra?
«Il richiamo alla guerra è blasfemia. Le guerre in Siria sono ben altro. C’è chi canta l’inno di Mameli… Ma basta... È una situazione economicamente drammatica, bisogna salvaguardare la vita di molte persone e adattarsi».

Il virus ha rallentato o congelato il ruolo del Parlamento. Si dibatte in merito all’introduzione di voto digitale e riunioni in teleconferenza. Che ne pensa?
«Si faranno le videoconferenze come negli atenei ci sono le video-lezioni. Nella democrazia rappresentativa c’è un parlamento che discute con una vicinanza fisica, anche in Cina o in Russia… Non capisco cosa vieti in Italia di indire riunioni delle Camere in collegamento digitale: non potendo muoversi di casa i parlamentari, se devono lavorare, devono adattarsi ai mezzi di cui abbiamo a disposizione…».

Le limitazioni della libertà per motivi sanitari, unite al richiamo ad un impegno dei militare nelle strade, possono creare squilibri o richiamare vecchi fantasmi?
«Nei momenti di sconquasso sociale possono anche avvenire. Ci sono segnali preoccupanti in tutto l’Occidente, che uscirà dalla pandemia scassatissimo economicamente. Ma in Italia non vedo questi rischi: le scelte del governo sono dettate dalle autorità sanitarie. Il potere politico si è allineato. Bisogna solo crederci e obbedire».

La crisi globale demolirà le attuali categorie politiche?
«Destra e sinistra nel senso classico sono superate da 40 anni».

L’emergenza rafforza la visibilità di chi sta al governo, come il premier Giuseppe Conte. Successe anche per Hollande con il terrorismo in Francia, ma poi le President perse l’Eliseo…
«La volatilità del voto è un dato acquisito. Quando c’è crisi, è evidente che, come su una nave in tempesta, ti affidi al comandante e fai bene a sperare che sia capace. Il percorso di Conte, finita questa fase, sarà però durissimo. Ci sarà il nodo della manovra economica, che dovrà essere durissima: Conte dovrà scegliere dove colpire e quale ordine di priorità gerarchiche stabilire. Sono decisioni forti e il premier - uomo della mediazione - è la persona meno adatta a prenderle. Ora va bene, ma finita questa fase ci vorrà il ritorno della “politica dura”, in tutto il mondo. Centrali saranno le politiche internazionali, dalla crisi si uscirà con equilibri geopolitici molto ballerini».

Il futuro dell’Ue?
«Possiamo dire che forse l’Unione ha scritto il suo atto di fine in questo frangente. Peggio di così non si poteva fare. Gli ultimi segnali rendono difficilissima una assunzione comune di responsabilità. Potremo spendere e fare un debito pazzesco, ma alla fine dovremmo pagarlo noi. Non certo Olanda o Svezia, come ipotizza qualche anima bella…».

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