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Il Tribunale di Sorveglianza dice no all'affidamento ai servizi sociali del grande accusatore Flavio D'Introno, che deve scontare 4 anni e mezzo per usura

Magistrati arrestati: «A Trani altri casi di indagini truccate», interrogato D'Introno

Flavio D’Introno non ha il diritto di ottenere la sospensione della condanna definitiva per usura, perché la documentazione medica che ne attesta l’alcolismo è troppo risalente per questo. Il grande accusatore dei giudici di Trani, dunque, dovrà andare in carcere per scontare un residuo di pena pari a quattro anni e mezzo. Fino a ieri sera, però, le ricerche dei Carabinieri sono state vane.

Il Tribunale di sorveglianza (relatore Simonetta Rubino) ha infatti dichiarato inammissibile la richiesta presentata da D’Introno (avvocato Vera Guelfi) per ottenere l’affidamento ai servizi sociali. Anche la Procura generale, con il pg Giannicola Sinisi, nell’udienza di lunedì scorso si era opposta alla richiesta sottolineandone l’infondatezza. A ottobre del 2018, come lui stesso aveva raccontato durante l’incidente probatorio di Lecce, D’Introno aveva ottenuto la sospensione dell’esecuzione della condanna a cinque anni e otto mesi per usura, resa definitiva dalla Cassazione, presentando una serie di certificati che ne attestavano l’avvio di un percorso di cura al Sert di Andria per un problema di alcolismo esploso dopo la sentenza di appello.

D’Introno era stato arrestato nel 2007 nell’ambito dell’operazione Fenerator. Il nodo principale dell’inchiesta di Lecce sulla corruzione dei giudici del Tribunale di Trani è proprio il tentativo di D’Introno di evitare la condanna per usura e il conseguente sequestro dei beni: per questo l’imprenditore coratino ha raccontato alla Procura di Lecce di aver pagato due milioni di euro all’ex gip Michele Nardi (tuttora in carcere) e agli ex pm Antonio Savasta (ai domiciliari) e Luigi Scimè, e di aver regalato gioielli e viaggi a suo dire destinati ai magistrati.

A febbraio 2013 il Tribunale di Trani ha condannato D’Introno a 7 anni di reclusione: l’accusa, sostenuta da Scimè (che aveva ereditato il fascicolo dalla collega Carla Spagnuolo nel frattempo trasferita) ne aveva chiesto la condanna a 3 anni per corruzione ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria e l’assoluzione per l’usura e l’associazione a delinquere. In appello la condanna è stata ridotta a 5 anni e 9 mesi (la Procura generale ne aveva chiesto l’assoluzione): anche questo processo, secondo l’accusa di Lecce, sarebbe finito nel mirino di Nardi che avrebbe chiesto a D’Introno di acquistare diamanti da regalare ai giudici (che sono stati ritenuti totalmente estranei e ora sono parti offese nel procedimento a carico dell’ex gip). La Cassazione ha poi ridotto la pena (dicembre 2018) a cinque anni e mezzo, a seguito della prescrizione di alcuni reati, rendendo dunque definitiva la condanna.

La difesa di D’Introno aveva tentato di spostare la competenza sull’esecuzione lontano da Bari, ritenendo che «i componenti il Tribunale di Sorveglianza possono essere psicologicamente coartati e comunque non sereni» perché nelle sue confessioni a Lecce l’imprenditore ha parlato anche di un commercialista, fratello di un magistrato all’epoca in servizio alla Sorveglianza. Ma la Cassazione ha rigettato la richiesta di rimessione del giudizio, ritenendola inammissibile in quanto prevista dal codice soltanto per i procedimenti di merito.

La Procura generale ha affidato la notifica del provvedimento, con la contestuale esecuzione dell’arresto, ai Carabinieri. Fino a ieri sera, però, D’Introno non è stato rintracciato: non era a casa, a Corato, e potrebbe aver deciso di sottrarsi alla cattura recandosi all’estero. Nei giorni scorsi l’imprenditore aveva definito «molto ingiusta» la prospettiva di un rigetto del ricorso alla Sorveglianza che avrebbe comportato il suo ingresso in carcere, paventando anche l’ipotesi di costituirsi in un istituto penitenziario del Centro-nord così da evitare la detenzione in Puglia. Il processo per la giustizia truccata comincerà il 4 novembre a Lecce: D’Introno ha parlato a lungo durante l’incidente probatorio e resta il più importante testimone dell’accusa

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