Martedì 23 Aprile 2019 | 00:28

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Restano in carcere i sei romeni, due donne e quattro uomini (di cui due minorenni), tutti componenti dello stesso nucleo familiare e residenti in un campo di nomadi alla periferia di Foggia, fermati dalla Polizia su disposizione della magistratura barese per i reati di riduzione in schiavitù, prostituzione minorile e sequestro di persona. Stando alle indagini della Dda e della Procura per i Minorenni di Bari, avrebbero segregato per mesi tre connazionali minorenni, picchiandole e costringendole a prostituirsi.
Sottoposti a udienza di convalida dinanzi al gip di Foggia i quattro maggiorenni e dinanzi al gip minorile di Bari i due 17enni, tutti hanno risposto negando le accuse. I fermi sono stati convalidati e i giudici hanno emesso ordinanze di custodia cautelare in carcere per i maggiorenni e nell’istituto Fornelli per gli altri due. I magistrati inquirenti proseguono gli accertamenti anche attraverso nuove consulenze tecniche sui cellulari e sui tablet sequestrati ai due minorenni. «Faremo ricorso al Tribunale della Libertà di Bari» e «stiamo cercando di raccogliere prove, soprattutto testimoniali, di persone che vivono nel campo nomadi di via San Severo», dice l'avvocato Alfredo Tonti, difensore dei sei indagati.

Stando a quanto si apprende dalla difesa, uno dei due 17enni, raccontando al giudice di essere stato fidanzato per qualche mese con una delle tre vittime, la minorenne che il 3 settembre scorso, al settimo mese di gravidanza, è riuscita a fuggire chiedendo aiuto e dando avvio all’indagine con la sua denuncia, ha ammesso i frequenti litigi, a volte anche violenti, spiegando però che si trattava di discussioni tra fidanzati. Agli atti dell’inchiesta ci sono alcuni messaggi, «di amore alternati a minacce», che il ragazzo le ha inviato su Facebook dopo la fuga, in cui le intimava di "ritirare la denuncia» e di «dire alla polizia che voleva stare con lui...altrimenti sarebbe andato in prigione per un altro motivo», nel tentativo di farle «temere - scrivono gli inquirenti - un’ulteriore futura violenza di un male più grave di quello subito».
I genitori del ragazzo «hanno dichiarato - ha riferito il legale - di non essere a conoscenza della vicenda che ha coinvolto i figli. Inoltre - ha aggiunto l’avvocato Tonti - il capofamiglia ha dichiarato di essersi assentato da casa per alcuni mesi, sia per problemi familiari, in quanto ha dovuto assistere la sorella gravemente malata, sia perché impegnato, giorno e notte, come bracciante agricolo». L'altra donna fermata, attualmente incinta e compagna dell'altro figlio 17enne della coppia, ha infine negato di aver proposto di vendere il bambino che la ragazza (che successivamente ha abortito, forse per le percosse ricevute) aspettava. «Sono anche io madre, non mi permetterei mai», avrebbe detto al gip. Per tutti è stata confermata la detenzione in carcere.

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