Sabato 13 Agosto 2022 | 11:17

In Puglia e Basilicata

Ruppi si confessa: la mia passione è la Chiesa

Ruppi si confessa: la mia passione è la Chiesa
di TONIO TONDO 
Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo metropolita di Lecce ancora per pochi giorni (a luglio sarà sostituito da D'Ambrosio), racconta alla Gazzetta di malattia e fede («Non si possono sopportare le croci senza il sostegno della preghiera», dice), saluta il suo amato Salento («Partirò da Lecce con il cuore pieno di gratitudine. I salentini sanno accogliere gli altri come nessuno in Italia e nella stessa Puglia»), e richiama la politica a maggior misura («Ma come si fa a cacciare la Poli dalla giunta? Mi sembra che il giovane Perrone debba pur tener conto un po’ della storia. E’ una brutta pagina»)

18 Maggio 2009

LECCE - “Mi si è rovesciato il mondo, sono cambiato”. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo metropolita di Lecce ancora per pochi giorni (a luglio sarà sostituito da D’Ambrosio), parla della sua sofferenza con pudore e con intensità. Ventiquattro giorni in terapia intensiva, dopo un intervento chirurgico, lo hanno segnato profondamente. La sua ultima lettera pastorale si apre con un capitoletto sulla sua esperienza in ospedale. E’ la prima volta che emerge con nitidezza il Ruppi dell’interiorità. Chi lo conosce veramente ha sempre conosciuto questo lato della sua personalità. I più, invece, hanno parlato, spesso a vanvera, del vescovo geometra o architetto, dedito alle opere temporali. Abbiamo intervistato più volte l’arcivescovo di Lecce. Lo abbiamo rivelato nel suo dinamismo. Questa è la prima volta che lo scrutiamo nel cuore. Parlare del dolore è una provocazione nei confronti della cultura moderna che tenta di esorcizzare la morte. 
Perché ha fatto la scelta di parlare in modo aperto della sua esperienza in ospedale? 
Non volevo nascondere il mio corpo e la mia sofferenza. Molti amici mi avevano consigliato di ricoverarmi al Gemelli oppure al San Raffaele. Ho deciso di andare al Vito Fazzi, una struttura pubblica dove operano bravi medici e bravi infermieri. Mi sono detto: devo agire come tutti i comuni cittadini, un vescovo deve restare tra la sua gente anche nella sofferenza. Ho ricevuto centinaia di bellissime lettere e telegrammi. Le più delicate sono state scritte da persone semplici. Parlare del dolore significa parlare il linguaggio dell’umanità. Il potere è veramente effimero. I privilegi, l’immagine, il sentirsi protagonista fanno parte della nostra debolezza. La sofferenza, non dimentichiamolo, è centrale nell’esperienza cristiana. Mia madre mi ripeteva sempre: la sofferenza è come la scala, ti può portare in alto oppure in basso. Dipende dalla forza interiore e dalla fede: senza, ti disperi, se vivi il dono della fede puoi finalizzare il dolore e consegnarlo a Dio. 
Ma l’esperienza del dolore, lo sostengono in molti, deturpa l’uomo, gli fa perdere dignità e lo consegna alla sconfitta. 
Mi rendo conto che il destino dell’uomo è terribile. Nascere, vivere, affrontare le difficoltà, fare progetti, lavorare tenacemente, costituire famiglie e poi dover abbandonare tutto può incutere paura. Posso però parlare di me e dire: si può vivere senza mangiare, senza farsi la barba, si può vivere senza onori e consegnando il proprio corpo agli altri, ma non si può vivere senza preghiera. Non si possono sopportare le croci senza il sostegno della preghiera. Si dirà: ma questa è la follia cristiana, un laico ossessionato dal culto della ragione non potrà accettarlo. Invece, è solo esperienza umana e come tale va accettata e vissuta mantenendo dignità fino alla fine. C’è in noi una spiritualità che fa parte della nostra natura. Un uomo di fede la fa discendere da Dio, un laico può coltivarla comunque anche senza il dono della fede. 
Vent ’anni a Lecce. Un tempo lungo anche per un vescovo. Un tempo che può servire a fare un bilancio sul Salento, sulle sue debolezze e devastazioni, ma anche sui suoi splendori. Sono stati gli anni del crollo della prima Repubblica e della debolezza della politica. Non tutti hanno apprezzato il suo protagonismo. 
Sono arrivato da Termoli quando la provincia di Lecce era la terra della sacra corona unità e dello scontro tra i poteri criminali e lo Stato. Molti capi della mafia furono condannati. Alcuni stanno uscendo ora dalle galere. La Chiesa non deve restare silente, ma far sentire la sua voce anche sui problemi civili e sociali. Questa convinzione si è rafforzata in me quando Giovanni Paolo II mi raccontò della Chiesa polacca e del comunismo che voleva i preti chiusi nelle parrocchie. Il nostro intervento deve essere misurato e motivato dall’amore per gli uomini e non voglia di protagonismo. 
Però lei propugna la centralità della Chiesa, altri vescovi sembrano protendere per la sua vocazione profetica e minoritaria. 
Non credo agli schemi concettuali. La profezia è senz’altro di minoranza. La Chiesa però non agisce secondo i sondaggi, né si preoccupa di assecondare tutte le inclinazioni dell’uomo. Insomma, il consenso della Chiesa non può essere politico. Forse nel Salento, le mie iniziative sono sembrate ai disattenti rivolte a invadere campi d’altri; forse la mia attività ha dato adito a un’interpretazione errata di tipo politico. Avere una Chiesa punto di riferimento non è sbagliato. Soprattutto se pensiamo alla debolezza sociale e politica di questi anni. Ma con me non avverrà quello che per anni si è ripetuto a Taranto. (Il riferimento è all’arcivescovo Motolese, la cui personalità è stata talmente forte da far dire ai tarantini che il presule occupava la sedia di sindaco e prefetto, mentre quella vescovile era sede vacante, ndr). La mia funzione è stata solo religiosa e di orientamento, qualche volta di richiamo al senso di responsabilità. 
Lei si è definito vescovo giornalista, ma è vero che la sua segreta passione è stata la politica? 
L’amore per la scrittura mi è nata durante il mio lavoro di segretario della conferenza episcopale pugliese, quando la presiedeva Nicodemo, il mio maestro. Mi ha insegnato a scrivere in modo preciso e semplice. Correggeva i verbali scritti da me, curava la punteggiatura e toglieva molti aggettivi inutili. Amo il giornalismo e tutto ciò che riguarda la comunicazione. Senza San Paolo, il grande comunicatore, avremmo avuto una Chiesa diversa, forse minoritaria. Ricordo con grande gioia il mio lavoro come inviato della “Gazzetta” nei viaggi papali. La politica? Ho conosciuto tanti leader, in testa Moro. Mi sono formato in una stagione che vedeva l’impegno politico come un dovere cristiano. Interessarsi del bene comune, ci ha ricordato Paolo VI, è la più alta forma di carità. Ma la mia passione è la Chiesa. Partirò da Lecce con il cuore pieno di gratitudine. I salentini sanno accogliere gli altri come nessuno in Italia e nella stessa Puglia. Questo conta. In questi giorni continuerò a fare esercizi di solitudine e di silenzio. Niente più lavoro frenetico e faticoso. Spazio alla meditazione e alla preghiera. 
Lascerà un Salento lacerato dallo scontro politico. A Lecce il conflitto è senza esclusione di colpi. 
Ma come si fa a cacciare la Poli dalla giunta? Mi sembra che il giovane Perrone debba pur tener conto un po’ della storia. E’ una brutta pagina. Mi vien voglia di dire: signori della politica, un po’ di misura per favore. Non si può trattare così una persona che per 40 anni si è interessata del bene comune. Questo non è fare politica, ma richiamare al buon senso. Deve stare zitto il vescovo? Rilevare l’errore non è peccato.
di TONIO TONDO
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 

BLOG

- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725