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La storia

Diciotti, la nave dei migranti è intitolata a un pugliese d'adozione

Ubaldo Diciotti dopo la Grande Guerra comandò le capitanerie di Molfetta e Barletta. Era un uomo di mare

Diciotti, la nave dei migranti è intitolata a un pugliese d'adozione

(foto Ansa)

Conviene a questo punto raccontarla per bene, la storia di Ubaldo Diciotti: lui è l’uomo al quale è intitolato il pattugliatore della Guardia costiera italiana che ha salvato migliaia di naufraghi per lo più migranti, e che è stato nel mese scorso al centro di un caso politico tanto surreale quanto grave. Conviene raccontarla adesso, quando l’acme della crisi è finita (ma non troppo) e questo racconto non può apparire diminuito da finalità contingenti. E, scusate se devo scrivere in prima persona, ma tocca a me farlo: perché Diciotti era zio di mia madre, avendo sposato la sorella di mio nonno materno, e io l’ho conosciuto. E ho un personale dovere della memoria: il figlio e la figlia di zio Ubaldo sono deceduti senza eredi, e così siamo rimasti solo in cinque, i figli delle sue due nipoti, a poter testimoniare su un uomo scomparso nel 1963, a poterlo descrivere come figura viva e vitale, al di là della pur rigorosa nota biografica redatta dalla Marina militare.
Ubaldo Diciotti era nato nel 1878 a Lucca: della sua toscanità cordiale e arguta ho un vivido ricordo, arricchito da aneddoti e battute vernacolari. Le sue villeggiature giovanili nella vicina Barga gli fecero conoscere di persona Giovanni Pascoli, che vi risedeva dall’inizio del ‘900; spesso parlava del poeta, e sarà stato per questo che mia madre tenne a lungo sul comodino I canti di Castelvecchio. Nella nostra famiglia allargata zio Ubaldo rappresentava una indiscussa autorità culturale e morale, perfino più di mio nonno: i due grandi vecchi i cui ritratti dominavano il salotto della dimora patriarcale a Bari.
Diciotti era – non è azzardato dirlo – un pugliese di adozione: dopo la Grande Guerra comandò le capitanerie di porto di Molfetta e Barletta. A Molfetta, la città marinara per eccellenza, conobbe e sposò Lucrezia Andriani, figlia e sorella di marinai; strinse una amicizia fraterna e duratura con il cognato di poco più giovane, Pasquale Andriani – mio nonno – ufficiale e poi comandante di navi della marina civile per le società di navigazione Puglia e Adriatica. Ne è prezioso documento la prolungata corrispondenza epistolare fra i due, della quale purtroppo si è conservata solo una parte. Andriani è socialista, sindacalista e amico personale del fondatore della Federazione lavoratori del mare, Giuseppe Giulietti; conosce anche il grande concittadino Gaetano Salvemini.
Diciotti è monarchico, e sarà fedele al re anche nel ventennale sostegno di casa Savoia al fascismo. Ciononostante, proprio il cognato tutela Andriani contro i tentativi di rovinarne la carriera a causa della sua fede antifascista. Promosso maggior generale di porto (grado equivalente a quello di ammiraglio e di generale dell’esercito), Diciotti è al vertice delle importanti capitanerie di Livorno e Napoli, e durante la Seconda guerra è inviato a Tripoli, dove organizza le difese del porto contro gli attacchi inglesi, proteggendo i civili dai bombardamenti e guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Dopo l’8 settembre 1943 non aderisce alla Repubblica sociale mussoliniana, ma resta deluso anche dagli intrighi e dalla fuga del re: è una amarezza che resterà in lui, negli anni successivi, trapelando nelle ricorrenti e burrascose discussioni con il cognato – impresse nella mia memoria familiare – sempre concluse da riconciliazioni e amorevoli abbracci. Nell’Italia «tagliata in due» (anche dopo l’entrata degli Alleati nella Capitale), continuano a scriversi l’uno da Bari, l’altro da Roma, confidandosi dolori del presente e speranze per il futuro. Un altro fratello di Lucrezia, Sabino, uomo di mare anche lui, è a Trieste dove pure si vivono tempi drammatici.
Negli anni ’50 Diciotti viene spesso a Bari, ospite dei cognati, e riserva ai parenti generosa accoglienza nella sua bella e austera casa di via Flaminia a Roma. Tiene molto alla mia educazione di decenne e mi regala sistematicamente i libri di Jules Verne, insistendo che io legga quasi soltanto quelli, poiché vede in essi la letteratura per ragazzi più «scientifica», meno inverosimile e più formativa. Conservo molti di quei volumi. Nasce così, soprattutto, e grazie a lui, la passione per la lettura che non mi ha abbandonato un solo giorno nella vita. La sua figura imponente e severa poteva suscitare timore reverenziale, ma come quella di un burbero benefico che non riesca a nascondere la bontà.
Nel 2002, quando viene intitolato a zio Ubaldo un guardacoste della Marina - intitolazione che precede quella dal pattugliatore varato nel 2013 – alla cerimonia partecipano commosse la figlia di Diciotti e mia sorella con i rispettivi coniugi. È vano ipotizzare quale opinione il vecchio generale avrebbe della situazione odierna, distante oltre mezzo secolo dalla sua epoca.
Di una cosa sono certo: sarebbe orgoglioso e felice di continuare a vivere nel nome di una nave che non uccide, ma salva vite umane. Ne sono certo perché lui, mio nonno, la mia famiglia mi hanno trasfuso fin da piccolo valori profondi, condivisi da quella che amava definirsi «gente del mare»: prima di tutto la solidarietà incondizionata, il dovere di soccorrere, l’eguaglianza degli esseri umani di fronte al mare a cui si affidano, alla vita e alla morte. Non so se questa filosofia abbia un senso politico; penso di sì, perché non riesco a concepire la politica se non come attuazione pratica di valori. Ritrovo un po’ di mio zio nelle parole di Francesco Lanera, il velista e armatore barese della imbarcazione «Euz II» che il 27 agosto, dopo aver conquistato il suo quinto titolo mondiale nella regata in Lettonia, ha dedicato la vittoria «a chi va per mare, ai migranti che cercano salvezza e a tutta la nave Diciotti».

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