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ANTONIO D'AMICO

Ulteriori 15 perquisizioni concentrate sul Gargano, ma non solo, sono state eseguite dai carabinieri nelle ultime ore nell’ambito delle indagini sul quadruplice omicidio: in casa di un viestano sequestrati alcuni proiettili. Da mercoledì sono 80 le persone controllate, ma non tutte quelle che gli investigatori hanno cercato sono state rintracciate: all’appello manca una mezza dozzina di montanari e viestani, ritenuti vicini al clan Libergolis e alle «batterie» viestane, che sono spariti dalla circolazione per libera scelta.

Da ieri sono al lavoro anche i «cacciatori di Calabria», 18 unità scelte dell’Arma specializzate in battute e ricerche nelle zone più impervie. Uno «squadrone» solitamente impiegato per la ricerca di latitanti (e in passato di vittime dell’«anonima sequestri») e in questi giorni impegnato nell’area di Vieste. Sono complessivamente 192 i rinforzi di polizia, carabinieri e finanzieri fatti confluire da tutta Italia in Capitanata dopo la mattanza per contribuire con le forze dell’ordine locali in un piano straordinario di controllo del territorio. Cinque le macroaree dove si concentrano posti di blocco, controlli e perquisizioni: Foggia; Cerignola-Orta Nova; Vieste; Manfredonia-Monte Sant’Angelo-Mattinata; e il triangolo San Severo-Apricena-San Marco in Lamis.

L’inchiesta sul quadruplice omicidio dice che i cognati Romito-De Palma sono stati centrati da fucilate alla nuca (2 il primo, 1 il secondo), mentre i fratelli Luciani sono morti trafitti da 5 colpi di mitra (2 alla testa e nuca di Luigi, 3 a fianchi e gluteo per Aurelio che ha provato a scappare a piedi abbandonando il «Fiat Fiorino); che oltre a queste due armi c’era anche una pistola, rinvenuta bruciata nella «Ford Kuga» rubata il giorno prima a Trani, usata per l’agguato e date alle fiamme a tre chilometri dal luogo della mattanza; che una turista francese in transito sulla «Pedegarganica» ha visto 4 incappucciati con mitra; che non sono stati eseguiti stub alla ricerca di residui di polvere da sparo su mani e vestiti; che non ci sono indagati.
Secondo l’ipotesi investigativa principale Romito è morto portandosi dietro altre tre vite, sia per una vendetta datata ma che non dimentica, passino pure gli anni; sia per ragioni d’affari legate forse all’affare droga nella zona di Vieste, diventata principale punto di sbarco delle tonnellate di marijuana importate dall’Albania. La sua eliminazione potrebbe essere stata una «sinergia» di morte che avrebbe visto alleati più clan di diverse aree geografiche accomunati da interessi e business.

Collaterale all’indagine è importantissimo il lavoro della scientifica dei carabinieri. Sul luogo del duplice agguato - i killer hanno prima ucciso Mario Luciano Romito e il cognato Matteo De Palma che erano a bordo di un «Maggiolone Volkswagen», quindi inseguito e ammazzato i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, in casuale transito sul loro «Fiat Fiorino pick up» - i carabinieri della «sis», sezione investigazioni scientifiche del reparto operativo di Foggia, hanno recuperato e repertato una trentina di bossoli, proiettili e cartucce, cui si aggiungono i proiettili calibro 7.62 (munizioni da guerra per armare Kalashnikov) e i pallettoni estratti dai 4 cadaveri durante le autopsie. Le comparazioni balistiche diranno quante armi siano state usate per l’agguato e se avessero già sparato in altri fatti di sangue.

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