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Quando il boss Libergolis
accusò i «confidenti» Romito

Sette anni fa l'ora ergastolano puntò l'indice contro coloro che li avevano traditi incastrandoli in un incontro trappola in cui furono piazzate microspie

Quando il boss Libergolisaccusò i «confidenti» Romito

«Le intercettazioni sono false e sono il frutto che hanno usato i carabinieri, la Dda e i confidenti Romito per incastrarci innocentemente». Cos’altro doveva scrivere a giudici e «Gazzetta» l’allora latitante Franco Libergolis il 2 luglio 2010 per sancire la rottura con gli ex alleati Romito, in quella che sembrava una condanna a morte? Era soltanto lo sfogo di un ergastolano allora in fuga dalla Giustizia, e da 7 anni rinchiuso in una cella con fine pena «mai»? Mica tanto, se si guarda a quello che successe tra l’aprile 2009 (un mese prima la corte d’assise nel maxi-processo alla mafia garganica inflisse l’ergastolo a Franco Libergolis e 26 anni a testa ai fratelli maggiori Armando e Matteo, pene poi confermate nei successivi gradi di giudizio) e il giugno 2010 con 6 omicidi (e 2 agguati falliti ai danni proprio di Mario Luciano Romito assassinato 48 ore fa), con le vittime «equamente» divise tra chi era legato ai Libergolis (3, compreso il patriarca della faida Ciccillo) e chi era con i Romito (3).

Ecco perché quella lettera di 7 anni fa dell’ex ricercato diventa importante anche adesso, dopo il quadruplice omicidio di 48 ore fa. Che si porta dietro questa domanda: la morte di Mario Luciano Romito - pur di ammazzarlo i sicari hanno fatto fuori anche il cognato Matteo De Palma che guidava l’auto e i fratelli sammarchesi Aurelio e Luigi Luciani inseguiti ed eliminati a loro volta per essere transitati in auto al momento dell’agguato - è l’onda lunga di quella vendetta?

Pur se i 6 omicidi del 2009-2010 sono ancora irrisolti, la chiave di lettura investigativa è che siano legati alla guerra di mafia esplosa tra gli ex alleati ed amici Libergolis e Romito dopo quanto emerso nel maxi-processo: alcuni dei Romito (imputati padre e 3 figli, assolti da mafia e duplice omicidio) erano confidenti di alcuni carabinieri e li avevano aiutati anche a trovare prove decisive (sotto forma di una microspia piazzata nel corso di un summit mafioso) contro i tre fratelli Franco, Armando e Matteo Libergolis condannati quali capi del «clan dei montanari». In particolare alcuni carabinieri che investigavano sulla mafia garganico, proprio grazie alle confidenze e aiuto di esponenti della famiglia Romito, riuscirono a piazzare microspie in una masseria situata nelle campagne di San Giovanni Rotondo, in località «Orti Frenti», dove il 2 dicembre del 2003 si svolse un summit di mafia cui presero parte tra gli altri i fratelli Franco (ucciso il 24 aprile 2009) e Mario Luciano Romito, i fratelli Franco e Armando Libergolis ed altri due garganici.

La sentenza di condanna per mafia dei Libergolis poggia molto su quelle intercettazioni, perché nel summit si discusse della morte violenta di un amico dei Libergolis di due mesi prima, di affari e dell’assetto del gruppo. «Questo summit era stato promosso dai Romito all’interno dell’azienda, luogo dove anche in altre occasioni c’erano state riunioni e dove i Romito erano ben a conoscenza dell’installazione delle apparecchiature sofisticate (microspie e telecamere) che avevano consentito agli inquirenti di seguire in diretta lo svolgersi dell’incontro. Si trattò in sostanza di un “incontro trappola” volto a colpire tanto i Libergolis quanto altri presenti» si legge nelle motivazioni della sentenza della corte d’assise che condannò anche per mafia i fratelli Libergolis (i Romito erano stati assolti nel giudizio abbreviato).

Quando Franco Libergolis scrisse alla «Gazzetta» e depositò la sua lettera all’attenzione dei giudici si era ai primi di luglio del 2010 ed era in corso il processo d’appello alla mafia garganica che di lì a qualche giorno avrebbe confermato il carcere a vita per l’allevatore garganico. Nei giorni immediatamente precedenti all’invio della lettera - 27 e 30 giugno 2010 - c’erano stati due omicidi a Manfredonia con un caduto sul fronte Romito e subito dopo uno sul fronte Libergolis, agguati che seguivano quelli dei mesi precedenti. Franco Libergolis, classe ‘78, allevatore, all’epoca di quella lettera era latitante dal marzo 2009, scomparso da Manfredonia subito dopo la sentenza di primo grado della corte d’assise di Foggia che lo condannò al carcere a vita per omicidio, mafia, droga, estorsioni, poi diventata definitiva. La sua latitanza finì il 26 settembre 2010, dopo 18 mesi, quando i carabinieri lo catturarono a Monte Sant’Angelo.

«Adesso con tutti questi brutti crimini che stanno succedendo a Manfredonia e Monte Sant’Angelo, non si può sempre nominare la mia persona perché sono ricercato» scriveva Franco Libergolis «e perché mi vogliono usare come parafulmine». Nel rivendicare la sua innocenza e quella della famiglia Libergolis (smentita dalle sentenze giudiziarie, come se 35 morti nella faida di Monte con i rivali Alfieri/Primosa non fossero già sufficienti), l’allora latitante al vertice della mafia garganica accusava i Romito di aver aiutato le forze dell’ordine a «incastrare» i Libergolis con «intercettazioni false» (ma quando mai, tutte lecite e legittime le captazioni come stabilito in tutti i gradi di giudizio). «Una cosa devono capire gli organi di sicurezza, cioè carabinieri, polizia e Dda: i confidenti Romito, come è emerso nel processo ed hanno dichiarato anche ufficiali dei carabinieri, non hanno solo fatto confidenze nei nostri confronti per incastrarci, ma hanno fatto confidenze e hanno incastrato persone e famiglie in tutte le parti d’Italia» (molto esagerato) «e questo polizia e carabinieri lo sanno molto bene perché emerso palesemente nel processo alla presunta mafia garganica».

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