Lunedì 19 Gennaio 2026 | 15:02

Foggia, dall’autopsia le risposte sull’omicidio Moretti

Foggia, dall’autopsia le risposte sull’omicidio Moretti

 
Redazione online

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Foggia, dall’autopsia le risposte sull’omicidio Moretti

Gli investigatori stanno acquisendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza per capire la dinamica dell’agguato al nipote del boss. Finora non si sa se a sparare sia stata una sola persona e a bordo di quale mezzo sia sopraggiunta e fuggita

Lunedì 19 Gennaio 2026, 12:26

La Dda di Bari che coordina le indagine sull’omicidio di Alessandro Moretti, dovrebbe conferire in giornata l’incarico al medico legale per l’autopsia sul corpo del nipote del boss Rocco Moretti, 75 anni, capo indiscusso dell’omonima batteria della Società ed attualmente detenuto in regime di 41 bis per scontare una condanna definitiva a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa, estorsioni e detenzioni di armi.

Alessandro Moretti, 34 anni, è stato ucciso giovedì sera con sette-otto colpi di pistola calibro 7,65 in un agguato compiuto a Foggia mentre si trovava a bordo di uno scooter in via Sant'Antonio, non lontano dal centro cittadino. L’uomo è morto poco dopo l’arrivo in ospedale in ambulanza.

Le indagini sul delitto sono coordinate dalla Dda di Bari sia per il calibro criminale della vittima e della sua famiglia, sia perché non si esclude che l’omicidio possa essere frutto di un regolamento di conti tra clan rivali della Società foggiana anche se non si escludono faide interne o possibili scissioni. La Squadra Mobile in questi giorni ha ascoltato numerosi testimoni e ha svolto attività tecniche. Gli investigatori stanno continuando ad acquisire le immagini delle telecamere di videosorveglianza per cercare di cristallizzare con precisione il momento e la dinamica dell’agguato. Finora non si sa se a sparare sia stata una sola persona e a bordo di quale mezzo sia sopraggiunta e fuggita.

Alessandro Moretti era coinvolto in indagini per detenzione di armi e droga ed era stato condannato a sette anni e quattro mesi di reclusione al termine del processo chiamato Decima azione. Da un paio di anni era in libertà. Il timore degli investigatori è che il delitto possa riaccendere la faida tra clan mafiosi rivali per il controllo dei traffici illeciti. Nelle logiche criminali, infatti, la morte “Sassolino” chiama vendetta; e “esige” di rispondere al sangue col sangue per non mostrare segni di debolezza e cedimento. Per questo i timori di una nuova guerra sono fondati. Come bloccarla prima di cominciare a contare morti e feriti, coinvolgendo anche bambini e passanti come già successo? Tirando le fila delle indagini in corso - perché da trent’anni a questa parte anche nei periodi di tregua tra le batterie, fari e monitoraggi di Dda e forze dell’ordine sui clan sono sempre rimasti accesi in quanto è il capoluogo dauno il motore trainante degli affari mafiosi di gran parte della Capitanata - e dando risposte investigative-giudiziarie rapide.

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