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In Puglia e Basilicata

Alberi di 400 anni

Foresta Umbra assediata dalla siccità

Foresta Umbra assediata dalla siccità

Il prof. Di Filippo: le faggete Unesco soffrono, ma quel Dna è una speranza per l’Europa

09 Agosto 2022

Marisa Ingrosso

La Foresta Umbra è assediata dalla siccità e dal caldo eccezionale e, in questa estate infernale, stanno soffrendo anche i più preziosi giganti della regione, le Faggete Vetuste, dichiarate dall’Unesco Patrimonio Naturale dell’Umanità. Sono alberi mitici questi faggi pugliesi, altissimi e vecchi anche di 400 anni. Le chiome si percepiscono appena, tale è l’intrico di rami a decine e decine di metri dal suolo, mentre i tronchi, grigi e screpolati, sembrano le zampe infinite degli elefanti di Salvador Dalí. Mitici al punto che il loro Dna, i loro semi, potranno salvare le foreste di tutta Europa.

«Sono in una fase di stress climatico. La pianta ne risente perché non può usare l’acqua e, quindi, non può più fare la fotosintesi». Alfredo Di Filippo, viterbese, professore di Botanica ambientale dell’Università della Tuscia, è lo scienziato che, da anni, studia questi giganti. Fu lui a curare il dossier di candidatura Unesco delle Faggete sia nel 2017, sia in seguito, per l’ampliamento della tutela delle Nazioni Unite (avvenuta l’anno scorso) al versante del laghetto della Foresta, fino alla valle di Sfilzi.

«La Faggeta Vetusta - dice l’esperto - finora si è dimostrata in grado di rispondere allo stress, bisognerà però aspettare che finisca l’estate». Per il professore questi faggi sono «una unicità» perché, «pur trattandosi di una specie tipica del clima centro-europeo, qui riescono a sopravvivere». Anzi, per la precisione, «proprio sul Gargano raggiungono il limite caldo della propria distribuzione, anche grazie al contesto microclimatico legato alle correnti umide». «Abbiamo faggi anche di 400 anni e di 50 metri d’altezza - continua lo scienziato - regolano il clima a livello locale e sequestrano carbonio». Assieme ai faggi, questo territorio vanta altre meraviglie come «edere centenarie di 35 centimetri di diametro. Ho trovato - spiega Di Filippo - un acero campestre, nella Riserva Falascone, che è alto 40 metri, mentre in genere sono alti meno della metà».

«Avere esemplari di faggi così longevi - continua lo scienziato - è un sinonimo di integrità dell’ecosistema. E ora abbiamo completato i rilievi perché stiamo ultimando il Piano di gestione delle faggete Unesco italiane che sono una dozzina, mentre in tutta Europa sono cento. Verifichiamo anche come reagiscono al cambiamento climatico e il faggio ha mostrato un’ottima capacità di risposta. Già nel 2017, quando ho iniziato i monitoraggi intensivi, ci fu una annata molto estrema per assenza di precipitazioni ma, dopo, la foresta si è dimostrata in grado di riprendersi. Hanno una capacità straordinaria di rispondere, ma il Piano di monitoraggio serve proprio per continuare a verificare questa capacità di risposta».

Non potendo allontanarsi per sfuggire alla siccità «le piante adottano una propria strategia: in un periodo di stress crescono meno. Dagli anni Ottanta - dice Di Filippo - in Italia siamo in una fase tendenzialmente arida e ciò ha provocato perdite di produttività diffusa, anche sul Gargano. Cioè le piante crescono meno, producono meno anelli, meno legno ma, per ora, non mostrano segni di malattia».

«Con l’ampliamento 2021 della tutela Unesco - dice - ora andiamo dagli 800 metri sul livello del mare sino ai 300, coperti dal faggio. E non è la tipica faggeta appenninica che sta lì, in montagna, qui ci stanno le faggete più a bassa quota di tutta la Rete del Faggio d’Europa, una cosa unica. Qui troviamo il faggio in contatto col corbezzolo, col fico, che vivono in ambienti mediterranei. Qui vive in condizioni di temperatura in cui il faggio non dovrebbe proprio esserci. Invece c’è e sta bene, nonostante il caldo».

Per lo scienziato, proprio il faggio pugliese potrà salvare le foreste europee piegate dal caldo: «Qui i faggi di bassa quota già vivono in quelle condizioni climaticamente estreme che potrebbero rappresentare il prossimo futuro. Cioè qui abbiamo già il Dna che può consentire la conservazione delle foreste d’Europa. Il seme di questi faggi potrà essere usato, se serve, per avere piantine utili a realizzare operazione di restauro ecologico altrove».

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