Sabato 17 Novembre 2018 | 10:04

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Saltano 14 posti di lavoro

Foggia, caso Conad: dicono no all’orario ridotto e vengono licenziati

I lavoratori rinunciano al posto: «Meglio la mobilità». La Uil: «Prevalsi egoismi personali». I 5stelle: «Noi non c’entriamo». La Cgil: «Si torni indietro».

Spesa al supemercato

FOGGIA - Sarebbero dovuti rimanere «tutti dentro» i 69 lavoratori della Conad a rischio licenziamento nei supermercati di San Severo e di Macchia. L’accordo firmato dai sindacati prevedeva la riduzione oraria per tutti, quarantotto mesi in cui si sarebbe stretta la cinghia per salvare il posto di lavoro a sè stessi e ad altri colleghi e poi verificare a distanza l’efficacia dell’accordo. Una solidarietà nella solidarietà quella escogitata dai sindacati, data l’irremovibilità dell’azienda a fare un passo indietro. Una vicenda complessa, che prende le mosse dal 2012 quando i due supermercati cominciano a entrare in sofferenza vedendo calare progressivamente il fatturato. Sono stati anni di contratti di solidarietà e di cassa integrazione gli ultimi cinque nei due supermercati, ora però esauriti tutti gli ammortizzatori sociali l’azienda aveva deciso il taglio in extrema-ratio. Un taglio che si sarebbe comunque potuto evitare, a sentire i sindacati. E invece alla fine saltano fuori ben 14 licenziamenti, più altri 20 se ne vanno con l’incentivo all’esodo.

Sulle ragioni che hanno determinato tutto questo è scoppiata però una polemica che spacca il sindacato (la Filcams Cgil non ha firmato l’accordo e ora chiede all’azienda di tornare su suoi passi) e il novimento 5 stelle che afferma di essere «stato escluso» dalla vertenza. Ma la tesi di Elio Dota, segretario della Uitucs Uil è quella destinata a far più discutere. «Sono prevalsi gli egoismi personali - ammette l’esperto sindacalista - c’è stata una quota di lavoratori che non ha firmato per la riduzione oraria, decisione comunque da rispettare ma che ha rimesso in discussione l’impianto dell’accordo e quanto avevamo faticosamente messo su in mesi di estenuante trattativa con Conad. C’è però anche da dire che alla fine chi ha scelto di andare via avrà considerato il licenziamento il male minore: tra la mobilità riconosciuta a chi perde il lavoro e le sirene sull’arrivo del reddito di dignità c’è chi si è fatto un po’ di conti ed ha pensato che farsi da parte sarebbe stata la soluzione migliore. Oltretutto - aggiunge Dota - chi fa questo ragionamento ha pure la moglie che lavora e dunque un reddito in famiglia assicurato. Noi avevamo fatto tutto il possibile per salvare 69 posti di lavoro e ci eravamo anche riusciti. Però a fronte dei calcoli e degli egoismi personali possiamo ben poco».

I conti sono saltati anche perchè sono venuti a mancare i conteggi sull’esodo volontario: a Macchia su 12 adesioni, alla fine hanno accettato di andarsene con l’incentivo soltanto in sei e questo nonostante l’azienda avesse elevato le quote a 18mila euro per i full-time (da 15mila) ed a 15mila euro (da 12mila) per i part-time, sempre dietro insistenze dei sindacati. Che però l’accordo sindacale presentasse «buchi neri» ne è convinta Angela Villani, segretaria della Filcams Cgil, unica organizzazione di categoria a non firmare l’accordo con l’azienda che ora chiede il ritiro dei licenziamenti: «Chiediamo all’azienda il ritiro dei licenziamenti e l’apertura di un nuovo tavolo di confronto in considerazione che gli accordi sottoscritti da altre sigle sindacali non hanno portato al salvataggio dei posti di lavoro.

A questi – aggiunge Angela Villani – si sommano i 20 esodi volontari incentivati, che sempre posti di lavoro persi sono, e un abbassamento dei contratti di lavoro. La crisi dei consumi legata alla perdita reddituale delle famiglie non si può affrontare lasciando altre persone senza lavoro, crediamo e speriamo si possano ancora trovare strade per evitare i licenziamenti. A nulla è servito - conclude la Filcams Cgil - l’accordo sottoscritto dalle sigle sindacali di Cisl, Uil e Ugl, che la Filcams non ha firmato perché introduceva una riduzione eccessiva dell’orario di lavoro e una flessibilità praticamente incontrollata. Si era detto che sarebbe servito a tutelare l’occupazione e invece nonostante questi sacrifici che ricadono sulle spalle dei lavoratori si è arrivati a 14 licenziamenti. Chiediamo a tutti, azienda, parti sociali e istituzioni di compiere uno sforzo perché questa provincia, che ha pagato un prezzo altissimo alla lunga fase recessiva, non può permettersi di perdere un solo posti di lavoro ancora, e perché soprattutto 14 famiglie non restino ora senza alcun reddito».

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