il messaggio

Dobbiamo essere sempre infaticabili costruttori di pace

mons. filippo santoro, Arcivescovo Emerito di Taranto

L’eccezionalità della resurrezione non è una estensione della nostra ragione; è un’altra cosa, un altro fatto che ci raggiunge. È un Altro che vince la morte senza clamori

Gli aspetti dominanti di questo nostro tempo sono, a detta di molti analisti, l’esplodere di vari conflitti, con una «guerra mondiale a pezzi» come diceva papa Francesco; con la fine della globalizzazione e il ritorno dell’individualismo; con il «si salvi chi può», in mezzo a tante guerre e in cammini di recessione. Eppure la Pasqua ci parla ancora di speranza, di vittoria della vita sulla morte. La ragione, quando non è separata dal cuore, aspira al compimento pieno di sé, ma si frange dinanzi alle avversità e ultimamente dinanzi alla morte. Ma il nostro destino è proprio questa frustrazione ultima e insuperabile? Nell’Angelus del 1° marzo Papa Leone ha detto: «Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran… La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche né con le armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Il Papa teme «Una tragedia di proporzioni enormi». E nell’omelia della domenica delle Palme ha detto: «Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei, le vostre mani grondano sangue”».

Allora ci domandiamo: «che strada prendere?» Il Signore, di fronte alla violenza degli scribi e farisei che aizzano il popolo e alla codardia di Pilato, poteva scegliere la strada del potere di questo mondo, la forza delle schiere celesti, eppure ha scelto un’altra strada che nessuno di noi avrebbe pensato: quella di consegnarsi ad un ingiusto giudizio e alla morte per comunicare al mondo un cammino diverso. Dinanzi ad una evidente ingiustizia non ha risposto con la forza e il potere, ma ha scelto il dono di sé e il perdono di chi lo ha condannato e crocifisso. E, secondo il vangelo di Marco, un pagano «il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto morire in quel modo, disse “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”» (Mc 15,39). Il dono totale di sé è il cammino scelto da Cristo è un amore sino alla fine: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Nell’udienza dell’8 ottobre del 2025 Papa Leone ha detto: «Vorrei invitarvi a riflettere su un aspetto sorprendente della Risurrezione di Cristo: la sua umiltà. … La Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Gesù risorto mangia una porzione di pesce davanti ai suoi discepoli: non è un dettaglio marginale, è la conferma che il nostro corpo, la nostra storia, le nostre relazioni non sono un involucro da gettare via. Sono destinate alla pienezza della vita. Risorgere non significa diventare spiriti evanescenti, ma entrare in una comunione più profonda con Dio e con i fratelli, in un’umanità trasfigurata dall’amore. Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso e il “sapore”. … Oggi, il Signore risorto si affianca a ciascuno di noi, proprio mentre percorriamo le nostre strade – quelle del lavoro e dell’impegno, ma anche quelle della sofferenza e della solitudine – e con infinita delicatezza ci chiede di lasciarci riscaldare il cuore».

Il messaggio cristiano è di una grande discrezione e ci raggiunge come ha raggiunto i discepoli di Emmaus e l’apostolo Tommaso e giunge a noi nella semplicità di un incontro con i suoi testimoni. L’eccezionalità della resurrezione non è una estensione della nostra ragione; è un’altra cosa, un altro fatto che ci raggiunge. È un Altro che vince la morte senza clamori. È la «luce gentile» come dice il cardinale Newman in una sua famosa preghiera: «Guidami Tu Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi! La notte è oscura e sono lontano da casa, sii Tu a condurmi! Non mi sono mai sentito come mi sento ora, né ho pregato che fossi tu a condurmi. Amavo scegliere il mio cammino; ma ora sii Tu a condurmi! Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura, il mio cuore era schiavo dell’orgoglio». Così al fragore delle armi dall’Ucraina alla Terra Santa, a Gaza, dall’Iraq al Libano chiediamo la luce del mattino di Pasqua sorta dopo che il macigno è stato ribaltato dall’angelo. La luce gentile e forte che ha illuminato le donne e gli apostoli e li ha lanciati nel mondo. La luce di un Altro che ha amato sino alla fine; la luce che ci raggiunge attraverso i testimoni del risorto da Francesco d’Assisi a papa Francesco, a Leone, ai martiri di oggi, solidali con i più poveri. La luce che riscalda i cuori, entra nei drammi del nostro tempo e ci fa costruttori instancabili di pace.

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