Punta Perotti 20 anni dopo, ecco cosa è rimasto a Bari: l'intervista con Salvatore Matarrese
L'erede del Gruppo torna con la memoria a quel giorno di aprile: la folla, lo show, l’applauso, non solo giustizia ma anche spettacolo
Giovedì 02 Aprile 2026, 17:51
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Quel giorno sul lungomare c’era aria di festa. Famiglie, ragazzi, anziani tutti a caccia dell’angolo perfetto. L’atmosfera aveva qualcosa di stranamente simile a un evento collettivo, popolare, febbrile e le telecamere delle televisioni locali e nazionali erano puntate assieme alle macchine fotografiche, pronte ad immortalare l’esplosione. Qualcuno annunciò che sarebbe stato anticipato dal suono di una sirena. Tremò tutto, poi partì un applauso fortissimo. Era il 2 aprile 2006, venti anni fa, e i primi palazzi di Punta Perotti si sbriciolarono al suolo sotto i colpi della dinamite.
L’immagine che viene in mente è antica. Durante la Rivoluzione Francese, nel pieno del Terrore, migliaia di parigini - uomini, donne, persino bambini - si mettevano in cammino verso Place de la Concorde per vedere la ghigliottina in funzione e le teste rotolare. L’atmosfera era un misto di fanatismo politico, curiosità morbosa e festa popolare. Le cronache raccontano di venditori ambulanti, cibo, opuscoli con i nomi dei condannati. Non solo giustizia: ma anche spettacolo. Una sinistra energia, come quel 2 aprile di venti anni fa: la folla, lo show, l’applauso. Punta Perotti, l’«ecomostro» dei Matarrese, doveva essere cancellato.
Vent’anni dopo, l’imprenditore Salvatore Matarrese, erede del Gruppo, torna con la memoria a quel giorno di aprile. Lo fa nella redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, ospite del direttore Mimmo Mazza.
Che giorno è stato per lei?
«Una giornata bruttissima. Eravamo con la mia famiglia nella chiesa di San Giuseppe. A un certo punto ci fu una scossa fortissima. Don Vito Marsico fermò la celebrazione e nel silenzio che seguì il boato chiese ai presenti di dedicare una preghiera per tutti gli imprenditori. In quel momento ho capito che non era solo la fine di un edificio: per noi iniziava qualcosa di molto più pesante, un incubo umano, professionale e giudiziario».
Fu davvero uno «spettacolo»?
«Sì, ed è questo che ha fatto più male a mio padre Michele, a mio zio Vincenzo – che oggi non ci sono più - e a tutta la mia famiglia. La città assisteva a uno spettacolo, con persone affacciate ovunque per vedere l’esplosione. Tutto alimentato da una narrazione politica molto forte, che parlava di una liberazione. Ricordo le parole di un noto politico: “Oggi è stato reciso il cordone ombelicale tra la città e i palazzinari”. Ma noi non siamo mai stati palazzinari, abbiamo sempre fatto lavori pubblici, Punta Perotti era la prima opera del genere. Siamo stati imprenditori che hanno lavorato all’interno di regole ereditate da mio nonno Salvatore».
Vent’anni dopo, che sensazione resta?
«Non è una storia chiusa dentro gli archivi. È ancora viva. Perché quando vieni esposto pubblicamente in quel modo, quando passi da costruttore a simbolo negativo, resta una ferita. E allora sì, ci sono ancora un orgoglio da difendere e una dignità da rivendicare».
Cosa ha rappresentato Punta Perotti per voi?
«È stato uno spartiacque. Non solo per noi come gruppo, ma per tutta la città. Ha inciso sull’economia, sull’occupazione, sulla fiducia. Ci siamo trovati dentro un meccanismo più grande di noi, che ha finito per travolgere tutto. E Bari ne è uscita molto più fragile».
Parla di una ferita anche giuridica?
«Assolutamente sì. Qui non si tratta solo di percezioni. C’è un principio: il diritto alla proprietà privata, riconosciutoci anche dalla Corte per i diritti dell’uomo, e il diritto alla certezza delle regole. Se uno Stato o un’amministrazione ti autorizza a costruire, non può poi cambiare tutto e cancellare ciò che hai fatto. Il danno non è solo economico, è anche morale. Credo sia l’unico caso al mondo, sicuramente l’unico in Italia, di una confisca senza condanna penale, di una confisca a fronte dell’assoluzione completa degli imprenditori».
Di chi sono le responsabilità?
«È stata una concatenazione di fattori: scelte politiche, clima culturale, silenzi. La classe imprenditoriale non ci ha difeso, forse per paura, forse per opportunismo. E la politica ha scelto una strada simbolica, senza valutare fino in fondo le conseguenze. Il risultato è stato quello che abbiamo visto».
Avete commesso errori?
«Sì, ed è giusto dirlo. Abbiamo fatto un investimento enorme, forse troppo grande. Siamo entrati in un settore che non era storicamente il nostro. Ma lo abbiamo fatto perché c’erano tutte le autorizzazioni, tutti i passaggi erano stati rispettati. Non è stato un azzardo fuori dalle regole. E a volte mi chiedo se, oltre agli errori, non ci sia stato anche il fatto di aver dato fastidio a qualcuno».
Che effetto ha avuto tutto questo sulla città?
«Un effetto devastante, soprattutto sul piano della credibilità. Quando all’esterno passa il messaggio che qui la proprietà privata può essere rimessa in discussione, gli investitori si spostano altrove. Infatti vanno nel Nord Italia. Questa è sicuramente una grave perdita per il territorio».
E il rapporto con Bari?
«È cambiato, inevitabilmente. Non abbiamo sentito grande vicinanza, anzi spesso il contrario. C’è stata molta irriconoscenza da parte della città nei nostri confronti. Basti pensare al Bari calcio... Abbiamo avvertito il silenzio, anche da parte degli stessi imprenditori, di Confindustria».
Che idea si è fatto del progetto Costa Sud?
«Una città moderna, soprattutto sul mare, tiene insieme più funzioni: residenze, servizi, spazi pubblici. Qui invece si è scelta una linea ideologica, quella del verde, escludendo tutto il resto. E questo, secondo me, è stato un limite. Un’occasione mancata anche per Parco Perotti che è rimasto fuori dal progetto perché come spesso accade si sceglie l’ideologia».
Cosa le resta?
«Mi resta quello da cui siamo partiti. Mio nonno era uno scalpellino. D’estate mi portava in cantiere. Una volta mi diede 100mila lire per comprarmi delle scarpe e io non so come persi quei soldi. Allora glieli richiesi ma lui non me li diede, mi impose di lavorare una settimana con i suoi operai. Avevo 13 anni. Mi insegnò a dare un peso al denaro. Un ricordo che raccoglie tanti insegnamenti. Perché è da questa storia che veniamo».

