il commento

Oggi e domani andiamo alle urne: diciamo la nostra su questo referendum

Francesco Giorgino

L’Italia deve superare anzitutto la tentazione, sempre più diffusa, a rinunciare all’esercizio di un diritto tra i più importanti in senso assoluto: quello al voto

La prima raccomandazione è d’obbligo: recatevi alle urne. L’Italia deve superare anzitutto la tentazione, sempre più diffusa, a rinunciare all’esercizio di un diritto tra i più importanti in senso assoluto: quello al voto. Nel linguaggio costituzionalistico il titolare di questo diritto, specie se effettivamente lo esercita, rientra nella categoria dell’elettorato attivo, a differenza di chi viene votato che, invece, rientra in quello dell’elettorato passivo. Non è una scelta formale, ma sostanziale quella che qui si sta evidenziando. Il riconoscimento dello status di «attività» e di «passività» indica con chiarezza quanto sia strategica la preventiva acquisizione della consapevolezza che la democrazia dipende in gran parte dalle scelte che ciascuno dei cittadini fa quando esercita il diritto di voto.

Decidere di stare a casa o di andare a fare la gita fuori porta (peraltro neanche piacevole, attese le condizioni meteo di questi giorni non certo primaverili) contribuisce a potenziare un fenomeno, quello dell’astensionismo, che costituisce uno dei sintomi più evidenti della crisi della democrazia rappresentativa. L’astensionismo nell’era del digitale rappresenta, oltretutto, un grande paradosso. La Rete si è sviluppata anche in base a questo presupposto, ovvero accrescere l’orizzontalità della comunicazione politica per implementare il livello della partecipazione democratica dei cittadini. Il referendum, non dimentichiamolo, è oltretutto uno dei principali strumenti di democrazia diretta unitamente all’iniziativa legislativa, che permette ai cittadini di presentare una proposta di legge al Parlamento dopo aver raccolto un numero consistente di firme. Gli obiettivi degli strumenti di democrazia diretta sono tre: partecipare alle decisioni politiche, controllare e influenzare il potere politico, incidere sul sistema normativo. L’astensionismo con il referendum non ha senso.

Oggi e domani siamo chiamati ad esprimere un Sì o un No rispetto alla riforma della giustizia. Tecnicamente si stratta di un referendum confermativo, poiché la Costituzione prevede (articolo 138) che debba essere sottoposta al giudizio popolare una legge di revisione costituzionale che non sia stata approvata dalle Camere con una maggioranza qualificata dei due terzi dei parlamentari in seconda deliberazione. Non è richiesto un quorum, per cui vince chi ottiene un voto più dell’altro. Esistono altre tipologie di referendum. Oltre a quello confermativo (appena spiegato) c’è, infatti, il referendum abrogativo (articolo 75 Costituzione) che ha la finalità di far decidere ai cittadini se abrogare, totalmente o parzialmente, una legge. Può essere promosso da cinquecentomila elettori o da cinque consigli regionali e in questo caso c’è il quorum, poiché è necessaria la partecipazione al voto di almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Non è ammesso per leggi tributarie, di bilancio, per l’amnistia e l’indulto, per la ratifica di trattati internazionali.

Esistono poi il referendum consultivo o di indirizzo per sondare l’opinione dei cittadini su temi specifici ed il referendum territoriale (articolo 132 Costituzione) che prevede la possibilità di esprimersi su cambiamenti significativi a livello geografico come, per esempio, la fusione di regioni esistenti, la creazione di nuove regioni, oppure il distacco di province e comuni da una regione per confluire in un’altra.

Tornando al referendum costituzionale confermativo, i precedenti risalgono al 2001, 2006 e 2016. Nel primo caso il quesito riguardava la riforma del Titolo V della Costituzione approvata dalla maggioranza di centrosinistra negli anni dei governi Prodi, D’Alema e Amato. Passò con il 64,2%, anche se l’affluenza si fermò a poco più del 34%. Cinque anni dopo, invece, gli italiani furono chiamati a votare sulla riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi su proposta della Lega di Bossi: il tema era quello della «devolution», ovvero il trasferimento di poteri amministrativi, legislativi e finanziari dal governo centrale agli enti locali in base al principio di sussidiarietà. L’affluenza nel 2006 fu più alta (si raggiunse il 52%), ma la riforma fu bocciata dal 61% dei nostri connazionali. Nel 2016, infine, il referendum sul disegno di legge costituzionale voluto dal governo Renzi che puntava al sistema del bicameralismo perfetto, alla revisione delle competenze legislative di Stato e Regioni (in pratica la loro ripartizione tra livello nazionale e livello territoriale), all’eliminazione delle province e del CNEL. Disse no a questa riforma quasi il 60% dei votanti. L’affluenza alle urne fu quasi del 70%.

Perché citare questi precedenti? Almeno per due motivi. Il primo è che non è vero che con i referendum l’affluenza è sempre bassa. Dipende dalla capacità di mobilitazione dell’elettorato da parte dei promotori. Ci auguriamo che sia alta anche questi giorni. Il secondo motivo, a mio avviso il più importante, è che la Costituzione si può cambiare e che le modifiche alla nostra Carta costituzionale sono state proposte da maggioranze di segno diverso, in contesti diversi e per intenti di revisione anche molto delicati, come avvenuto per il Titolo V. Dunque, non solo la Costituzione è riformabile, ma ciò è avvenuto senza che il tema scandalizzasse nessuno. Il legislatore costituente ha previsto il meccanismo della maggioranza qualificata e non di quella semplice in Parlamento e, in alternativa, del referendum costituzionale confermativo proprio per evitare colpi di mano della maggioranza di turno.

Veniamo ora al referendum confermativo in materia di giustizia. Occorre ricordare anzitutto che la riforma è stata promossa in Parlamento dal centrodestra. Il quesito è finalizzato ad acquisire la volontà degli elettori sulla modifica dell’ordinamento della magistratura. Una riforma, approvata definitivamente dal Senato il 30 ottobre del 2025, che prevede sostanzialmente tre novità. La prima riguarda la separazione delle carriere tra chi intende svolgere e svolge l’attività di magistrato requirente (ovvero il pubblico ministero) e chi intende svolgere e svolge l’attività di magistrato giudicante (ovvero il giudice). La seconda novità riguarda lo sdoppiamento del Csm con la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per i pm e uno per i giudici. Avviene per sorteggio la selezione dei membri togati sul totale degli appartenenti alla magistrature e dei membri laici su una lista predisposta dal Parlamento.

La terza novità riguarda l’istituzione di un’Alta Corte che si occupa dei procedimenti disciplinari dei magistrati, mentre assunzioni, promozioni e trasferimenti sono di competenza di ciascuno dei due Csm in base allo status di magistrato requirente o giudicante. Tutto questo, considerando il merito della riforma. In Italia, tuttavia, il discorso pubblico è in gran parte monopolizzato dal dibattito politico con il risultato che tutto viene ricondotto alla polarizzazione non tra chi sostiene le ragioni del Si e chi sostiene le ragioni del No, ma tra il centrodestra e il centrosinistra.

La campagna referendaria è stata tra le più dure della storia repubblicana. Lo scontro tra i due fronti non ci ha risparmiato né forzature e tentativi last minute di condizionamento dell’esito referendario, né cadute di stile che onestamente potevano essere evitate per evitare fraintendimenti e distorsioni. I sostenitori del Sì fino a venerdì sera hanno puntato ad una narrazione di questa riforma incentrata sulla necessità di rendere più efficiente la giustizia, di mettersi al passo con tutti gli altri Paesi europei nei quali da tempo vige la separazione delle carriere, di contrastare il peso delle correnti nella magistratura per ridurre i rischi di una sua politicizzazione che altererebbe troppo gli equilibri democratici e per evitare che i magistrati che sbagliano non paghino mai dal punto di vista disciplinare.

I sostenitori del No, in pratica tutto il cosiddetto campo largo (tranne l’eccezione di alcuni esponenti di sinistra), hanno puntato invece sul fatto che, a loro giudizio, la riforma nasconde (sotto sotto) la volontà di sottoporre il potere giudiziario al potere esecutivo, che la maggioranza di governo vuole assestare un colpo all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, che il Csm non può essere riformato perché organo di rilievo costituzionale, che con la separazione delle carriere non si risolvono i problemi della giustizia, a partire dalla sua durata.

Spiegato il senso di questo referendum e fatta la ricostruzione delle posizioni partitiche in campo, rivolgo ai lettori di questo articolo la seconda raccomandazione (la prima – lo ribadisco- è quella di recarsi alle urne): votate nel merito del quesito referendario e non fatevi condizionare dalle interpretazioni politiche e da chi porta avanti disegni di enfatizzazione della polarizzazione tra schieramenti.

Leggete e rileggete il quesito, valutate tutte le ragioni del fronte del Sì e del fronte del No e poi una volta dentro il seggio usate la matita. Strumento quest’ultimo datoci dai padri costituenti per far contare la nostra opinione. Buon voto a tutti!

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