la guerra in corso
Conflitto in Medioriente, lo stretto di Hormuz nuovo centro del mondo
Trump decide di aprire all’acquisto del petrolio russo, allentando temporaneamente le sanzioni a Mosca. Una scelta criticata fortemente dall'UE, dimostrando di avere a cuore il destino dell’Ucraina. Sul nostro Paese occorre fare un supplemento di analisi...
Che tra geopolitica e geoeconomia esista una correlazione stretta e un rapporto di causa ed effetto è un dato ormai acclarato. Le due dimensioni, a maggior ragione dopo la crisi del multilateralismo e l’introduzione del modello del bilateralismo (se non dell’unilateralismo), si condizionano reciprocamente. Si fanno scelte politiche per perseguire obiettivi economici e contemporaneamente le conseguenze economiche delle decisioni assunte dai Capi di Stato e di Governo ispirano posizioni politiche che generano effetti significativi nella definizione dei nuovi equilibri internazionali. Il Presidente degli Stati Uniti ci ha abituato a questo schema di gioco che si fonda sovente sull’imprevedibilità e sull’assenza di schemi precostituiti: schemi attraverso i quali la diplomazia ha sempre operato, anche in chiave preventiva rispetto a tensioni e conflitti.
L’ultimo step di questa rinnovata logica geopolitica e geoeconomica coincide con la decisione di Trump di aprire all’acquisto del petrolio russo, allentando temporaneamente le sanzioni a Mosca. Decisione presa (formalmente) per ridurre la pressione sui prezzi dell’energia cresciuti a dismisura dopo l’avvio del conflitto in Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Conflitto allargatosi con grande velocità a gran parte della regione mediorientale e che ha portato alla paralisi del traffico marittimo nello stretto di Hormuz.
L’Unione europea ha criticato duramente la scelta fatta dal capo della Casa Bianca, sebbene essa sia stata definita una decisione «mirata e di breve termine». Facendo ciò, l’Ue ha dimostrato di avere a cuore il destino dell’Ucraina. È evidente che la scelta di Trump ha finito per creare una connessione tra i due conflitti, che invece sarebbe stato meglio fossero rimasti distinti e distanti, anche per non accrescere il disordine mondiale, già pervenuto a livelli insostenibili.
Il presidente del Consiglio europeo Costa ha affermato che l’allentamento delle sanzioni alla Russia aumenta le risorse che il Cremlino può destinare al disegno di aggressione all’Ucraina. Opinione espressa nelle ultime ore anche da Zelensky, che continua il pressing sull’Europa, visto che al contrario considera le sanzioni alla Russia l’unico modo per convincere Putin a trattare per arrivare ad una tregua e ad un negoziato di pace credibile.
La sospensione delle sanzioni al Cremlino, sebbene perimetrata a livello spazio-temporale, ha portato l’Europa, con l’eccezione dell’Ungheria, a cercare una posizione più compatta rispetto a quella registrata in coincidenza dell’iniziale attacco all’Iran, quando cioè si prese atto della posizione della Spagna di Sanchez in dissenso rispetto agli altri leader. La Presidente della Commissione europea von der Leyen ha quantificato in 150 milioni di dollari al giorno il guadagno della Russia per la vendita di petrolio dall’inizio del conflitto in Medioriente ad oggi. Chiaramente a favore del mantenimento delle sanzioni a Mosca ci sono Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia.
Sul nostro Paese occorre fare un supplemento di analisi. Sono tre gli elementi da considerare. Il primo riguarda il rapporto personale esistente tra Trump e Giorgia Meloni, che obbliga quest’ultima ad usare molta prudenza, anche nell’ottica del ruolo di mediatore che l’Italia ha avuto, ha e avrà tra Europa e Stati Uniti. La premier in Parlamento in occasione delle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e riferendo sulla crisi mediorientale ha detto chiaro e tondo che l’Italia non prende parte al conflitto in Iran e che gli interventi di Stati Uniti e Israele sono fuori dal diritto internazionale. Ha anche aggiunto che nessuno può permettersi un regime degli ayatollah in possesso dell’arma nucleare e di missili a lunga gittata, che potrebbero colpire direttamente Europa e Italia. Il secondo elemento ha a che fare con i rapporti tra alleati di governo e con la posizione espressa fin dall’inizio dalla Lega, che non ha mai considerato le sanzioni alla Russia una scelta utile. Al contrario, l’ha ritenuta sempre un’opzione dannosa per la stessa Europa.
Va chiarito che Palazzo Chigi considera quella della Lega una posizione mediatica, posto che la politica estera è sempre stata decisa dal Presidente del Consiglio e dal Ministero degli Esteri e che, alla fine, la maggioranza ha sempre fatto quello che la Meloni aveva deciso di fare rispetto alla Russia ed al conflitto in Ucraina. Il terzo ed ultimo elemento riguarda, infine, il rapporto tra maggioranza e opposizione. La Meloni ha fatto aperture significative che Pd, Cinque Stelle e Avs farebbero bene a non sottovalutare. E’ stato Calenda ad attaccare questa volta Schlein e Conte. «Sta crollando il mondo, lo stretto di Hormuz è bloccato, Trump mette a ferro e fuoco il Medioriente mentre annuncia un nuovo round di dazi verso l’Ue e in Italia i partiti stanno a discutere, come all’asilo, su chi chiama per primo», ha affermato il leader di Azione, invitando tutti a sedersi a un tavolo, come peraltro auspicato dalla stessa premier.
Ma torniamo all’analisi di quanto successo nelle ultime ore nel principale teatro di guerra. Nel weekend gli Usa hanno attaccato l’isola di Kharg, il cuore dell’industria del petrolio dell’Iran per ottenere, almeno come risultato a breve termine, l’apertura dello stretto di Hormuz. Di più. Trump ha annunciato che le navi della marina americana inizieranno a scortare le petroliere, anche se non si sa da quando e come ciò avverrà. Del tutto evidente appare la volontà del Presidente degli Stati Uniti di usare la leva della minaccia per indurre le forze armate iraniane a deporre le armi. Risultato difficilmente conseguibile, però, nonostante Trump non faccia altro che ripetere che già nel suo primo mandato aveva creato le condizioni per dotare il proprio Paese della «forza più letale, più potente e più efficace al mondo». Anche per questo motivo stanno arrivando in Medioriente cinquemila uomini tra marines e marinai giapponesi.
Di converso, l’Iran sta mobilitando imbarcazioni di ogni tipo per posizionare mine nell’area dello stretto. Un’ipotesi da non sottovalutare è quella che ruota intorno alla possibilità che Teheran alla fine dia il via libera alla movimentazione di un numero limitato di petroliere, ma a condizione che gli acquisti di greggio vengano perfezionati in yuan (che è la moneta cinese) e non in dollari. Come è noto, Pechino è certamente un solido alleato dell’Iran. Più la guerra si allarga e più la partita non si gioca, infatti, solo tra Washington, Tel Aviv e Teheran. Per la Cina perdere le forniture iraniane dopo quelle venezuelane a bassi costi vorrebbe dire lasciare davanti a sé solo l’opzione legata al petrolio russo. Uno scenario quest’ultimo troppo pericoloso. Non si trascuri, oltretutto, l’esigenza che ha Pechino di contrastare il progetto di egemonia americana, né il fatto che il dossier Taiwan rappresenta una bomba sempre pronta a deflagrare.
Concentrandoci da ultimo sugli aspetti più strettamente economici, va messo in evidenza che il risultato della chiusura dello Stretto di Hormuz è così riassumibile: finora sono saliti alle stelle i prezzi del petrolio. Un barile è arrivato a costare addirittura 103 dollari, con inevitabili conseguenze sul costo per i consumatori di benzina e diesel. Uno shock dal lato dell’offerta di prodotti energetici, insomma, che si aggiunge all’elevata incertezza dell’economia globale già registrata dagli analisti ad inizio del 2026. Si prefigura, infatti, una tendenza generale al ribasso delle prospettive economiche per l’anno in corso. Importanti, del resto, sono gli effetti sistemici su crescita, occupazione ed inflazione.
In questa nostra analisi, a metà tra geopolitica e geoeconomia, non si può non parlare di quanto sta accadendo in Libano. Netanyahu starebbe pianificando una massiccia invasione terrestre del Sud di questo Paese con l’obiettivo di assumere il controllo dell’area ridosso del fiume Litani, smantellando così l’infrastruttura militare di Hezbollah. Israele non è interessato a negoziare con Beirut e non sembra interessato a raccogliere l’invito rivoltogli in tal senso dalla Francia di Macron. Trump, intanto, preme su Tel Aviv affinché si arrivi presto ad un cambio di regime a Teheran con l’obiettivo di vedere tornare in piazza giovani e donne per manifestare contro la nuova linea di comando degli ayatollah, dopo la decapitazione del nucleo storico che faceva capo a Khamenei.
Le due questioni si intrecciano. Non è azzardato sostenere che l’origine dell’ultima spirale di tensione che sta coinvolgendo il Libano in modo sempre più significativo risale ai fatti del 7 ottobre del 2023, ovvero all’attacco di Hamas a Israele. Allora la guerra coinvolse vari attori della cosiddetta “asse della resistenza” guidato dall’Iran. Paese quest’ultimo che oggi si è affidato a Mojtaba Khamenei, successore del padre. L’intento è quello di procedere in continuità con la precedente leadership. Nel suo primo discorso (un testo letto da una presentatrice della tv di stato iraniana controllata dal regime con una foto del nuovo leader sullo sfondo) egli ha fatto capire, infatti, che non intende cambiare tattica e approccio alla guerra. Usa e Israele hanno, invece, detto che Khamenei junior non durerà a lungo e che sono pronti ad eliminarlo. Staremo a vedere.