il referendum

La profezia di Calamandrei e Mani Pulite: la magistratura è diventata autoreferenziale

BRUNO VESPA

È difficile far capire a tanta gente che un giudice non legato ai pubblici ministeri per ragioni di promozioni, trasferimenti e punizioni decise da un solo consiglio superiore in cui sono tutti seduti insieme, è preferibile alla sua condizione attuale

Nel 1946, durante i primi lavori dell’Assemblea costituente, Pietro Calamandrei - monumento del diritto e perseguitato dalla Repubblica sociale - disse che una magistratura totalmente autoreferenziale avrebbe potuto un giorno rifiutarsi di applicare le leggi o avrebbe potuto reinterpretarle. È probabilmente quanto sta avvenendo a proposito di decisioni di Roma, Palermo e Catania che ordinano allo Stato di risarcire un migrante ancora in Italia nonostante 23 condanne e indebitamente tradotto in Albania, di rifondere circa centomila euro tra rimborsi, spese giudiziarie e interessi alla nave ONG Sea Watch di Carola Rackete e, ieri, di liberare l’imbarcazione indebitamente trattenuta.

Ora poiché una legge, giusta o sbagliata che sia, va rigorosamente applicata, oggi si ripete quel che accadde con Mani pulite con i procuratori di Milano che si sentivano (ed erano) talmente forti da far valere l’interpretazione della legge piuttosto che l’applicazione letterale della legge stessa.

Giorgia Meloni denuncia puntualmente questi atteggiamenti e qualcuno vi ha visto un segnale indiretto a favore della riforma giudiziaria che tra un mese sarà sottoposta al voto referendario.

A quanto pare è difficile far capire a tanta gente che un giudice non legato ai pubblici ministeri per ragioni di promozioni, trasferimenti e punizioni decise da un solo consiglio superiore in cui sono tutti seduti insieme, è preferibile alla sua condizione attuale. (Si pensi che il Pool di Mani pulite dirottò su unico gip le sue 900 richieste di arresto e che Italo Ghitti ne accolse 810, il novanta per cento).

E allora il governo pensa che sia meglio segnalare le tante, forse le troppe anomalie di una giustizia italiana che 80 anni fa Calamandrei (ma anche Togliatti) voleva liberare dai vincoli di una carriera unica decisa nel ‘41 dal ministro fascista della Giustizia Dino Grandi.

La cosa non è in contraddizione con l’appello di Mattarella a smorzare i toni nel dibattito referendario. Nordio ha accettato l’invito, ricordando di aver riferito espressione di altri (l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, poi parlamentare europeo per il Pd e Nino Di Matteo, celebre sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia). Ma immaginiamo che anche il fronte del No eviterà di ripetere inviti fuorvianti come quello che la bocciatura della riforma eviterebbe la sottomissione dei magistrati al governo.

Meloni fa bene a non comportarsi come Renzi («Il referendum sono io») che buttò il bambino con l’acqua sporca. Non se ne andrà in caso di sconfitta, ma farà bene andare in battaglia per smentire che anche la corporazione più potente sia impermeabile alle riforme.

Il 20 luglio 1993, giorno del suicidio del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, trattenuto in carcere oltre ogni regola, Antonio Di Pietro mi disse che nessuno avrebbe mai potuto riformare la magistratura. Ha ragione da 33 anni. L’avrà anche il 23 marzo, lui che si è convertito al SI al referendum?

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