La riflessione

La storia si ripete nelle piazze di Torino come a Valle Giulia

Nicola Apollonio

Quanto è accaduto domenica primo febbraio con le aggressioni degli antagonisti alla Polizia mi ha riportato alla mente la battaglia di Valle Giulia, a Roma. Una strana coincidenza: anche allora il calendario segnava un «1», il primo marzo 1968

Quanto è accaduto a Torino domenica primo febbraio con le aggressioni degli antagonisti alla Polizia mi ha riportato alla mente la battaglia di Valle Giulia, a Roma. Una strana coincidenza: anche allora il calendario segnava un «1», il primo marzo 1968. Appena due mesi di differenza tra quei drammatici eventi di 58 anni fa e la guerriglia di Torino dell’altro ieri. Be’, io c’ero durante quello scontro tra i manifestanti universitari e la polizia nell’ambito delle manifestazioni legate al movimento sessantottino. Ero lì con altri colleghi per seguire i disordini scatenati con l’intento di ri-occupare la facoltà di Architettura, che il rettore Pietro Agostino D’Avack aveva fatto sgomberare qualche giorno prima. Ricordo un anziano professore americano in un baretto accanto alla piazza farfugliare una frase: «Queste cose accadono quando la libertà la si è avuta in regalo».

Così com’è successo a Torino, duemila facinorosi si separarono dal corteo e si scagliarono con violenza contro i poliziotti con lancio di sassi e oggetti contundenti. E uno di loro – ne fa fede una storica foto – si piazzò al centro della strada con una pistola in pugno, e iniziò a sparare ad altezza d’uomo. Era l’inizio di ciò che stava covando sotto cenere, e che poi avremmo conosciuto col nome delle famigerate Brigate Rosse. Ora un dubbio mi nasce spontaneo: c’è forse qualcuno che sta covando qualcosa di simile? Di certo, a Torino c’è stata una guerriglia in cui si è visto di tutto: camionette della polizia incendiate, bombe carta, fumogeni, scudi in lamiera a cinque punte, razzi, sampietrini e cartelloni stradali che volavano. Una città messa a ferro e fuoco, con i brutali pestaggi ai poliziotti diventati bersagli mobili, e poco è mancato che quella maledetta giornata culminasse in un’autentica tragedia, con quel manipolo di incappucciati che hanno massacrato un povero poliziotto finito a terra, con calci e pugni, colpi di spranga, finanche colpi di martello. Per fortuna, quel giovanotto in divisa ha avuto fino all’ultimo l’accortezza di tenere sempre la mano sulla fondina, per evitare che qualche balordo probabilmente anche drogato si appropriasse dell’arma.

Una giornata triste. E un Paese intero coinvolto da quelle scene orrende arrivate nelle case attraverso le televisioni. Alcuni hanno abbassato lo sguardo per la vergogna, altri per la rabbia, altri ancora per lo sgomento che l’Italia possa sprofondare nuovamente in una stagione di follia criminale. Bisogna alzare la guardia. Non è la prima volta che misfatti di questo genere si perpetuano sempre più violenti nel contesto di una manifestazione pacifica regolarmente autorizzata. È lì che s’infiltrano i pro-Pal, i black block, i no global, gli islamisti, rivendicando il diritto di far valere la legge del più forte. E poco importa se rischiano di uccidere.

Ora, da più parti si sono levate voci preoccupate, inviti a ragionare, scelte da adottare. La politica ha l’obbligo di intervenire prontamente per mettere un freno al dilagare di questi fenomeni rischiosi per la pace sociale, per l’economia, per la stabilità del Paese agli occhi del mondo. Non si può più ripetere che si tratta di «ragazzi che sbagliano», qui siamo davanti a frange di malfattori che alzano il tiro sostenendo che «il futuro inizia adesso».

Invece, bisogna intervenire con immediatezza e far sapere a gran voce che è giunto il momento di voltare pagina: niente più carezze e niente più mediazioni, men che meno le coperture politiche. Forse, dovrebbero fare un esame di coscienza anche i cosiddetti «cattivi maestri», gli eredi, per molti versi, di quei «cattivi maestri» che tante sbagliate lezioni impartirono ai loro allievi delle Brigate Rosse. Diciamocelo chiaramente: l’aria che tira ha tutto l’odore di quella nefasta stagione che disseminò l’Italia di morti e di feriti, per mano di «ragazzi che amano le poesie e che hanno l’abisso dentro», come dicevano (e dicono) alcune professoresse.

Si inseguono complotti e accuse al governo nel day after del pestaggio a Torino contro un agente di polizia. Poteva scapparci il morto. E io ho sentito un brivido nella schiera nel guardare quel corpo con la divisa di servitore dello Stato trascinarsi per terra mentre dei violenti lo tempestavano di calci e di pugni, e lo colpivano col martello. Era lo stesso brivido che provai 58 anni fa a Valle Giulia, quando vidi quel ragazzo in mezzo alla strada che puntava la pistola contro la camionetta della «celere». Forse, è giunto il momento di darci delle nuove regole. Subito!

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