società

Se i coltelli a scuola sostituiscono le scazzottate tra ragazzi di un tempo

nicola apollonio

Si torna al ritornello in voga da diversi anni: dove sono i genitori? E dov’è la famiglia? Si può ammazzare a 19 anni un compagno di scuola per gelosia?

I ragazzi non hanno paura di fare del male e non hanno paura di farsi del male. Girano armati di coltello, mostrando facce di sfida, lanciando sguardi cattivi, alla continua ricerca di situazioni che possano tingersi di violenza. Una volta le liti fra ragazzi, fra compagni di scuola, si risolvevano con qualche spintone, magari uno schiaffo, al massimo un cazzotto e tutto finiva lì. Adesso è diverso. Ci sono «regole» nuove. Guai a mettersi di traverso, a pronunciare parole che possano contenere offesa, o a lanciare un semplice sguardo verso una ragazza «promessa» al compagno di scuola, com’è successo nei giorni scorsi in un istituto di La Spezia, sotto lo sguardo attonito degli altri studenti: si finisce al camposanto, tre fendenti in pancia con un coltello portato da casa, una lama di 20 centimetri.

Marocchino contro egiziano, 19 anni il primo e 18 il secondo.

Questo non è più il mondo «al contrario» gridato ai quattro venti dal generale Vannacci, questo è un mondo finito letteralmente sottosopra, nel quale la gente ha persino paura di uscire di casa, dove la sicurezza è diventata un problema di libertà negata, dove molti giovani aggrediscono senza motivo, dove l’aria che respiriamo si è impregnata di situazioni balorde, di violenze e coltelli. Basta accostarsi ad una stazione ferroviaria di una qualsiasi città per scoprire che quei luoghi sono diventati campi di battaglia. Una fetta di mondo eterogeneo in cui si muovono (spesso liberamente) i cosiddetti «maranza», vestiti con abiti appariscenti (tute, gilet, catene) e atteggiamenti da strada, originariamente nati a Milano negli anni ‘80 e riemersi di recente con connotazioni decisamente negative. E poi ci sono loro, gli immigrati irregolari che spacciano, che rubano e che rapinano. Pensate, il 35% dei reati è commesso da stranieri, e già questo basta e avanza per capire fin dove è arrivata la pericolosità sociale Povera Italia! Le forze dell’ordine non riescono più a contenere lo straripamento di tutte le situazioni di insicurezza che si registrano quotidianamente nel nostro Paese.

La gente è preoccupata. Le periferie sono isolate, abbandonate al loro infame destino. E i giovani, che per tradizione e per cultura erano considerati fino all’altro ieri la speranza di un futuro splendente, oggi, ancora ragazzini, quindici/sedici anni, sono diventati un problema, girano liberi armati di coltello, maschi e femmine, si organizzano in baby-gang. Capaci di ammazzare e anche di ammazzarsi, impiccandosi ad un albero nel bosco, come ha fatto Annabella Martinelli, la ventiduenne padovana che era scomparsa il giorno dell’epifania.

Che sta succedendo in questa nostra società dove il ministro dell’istruzione Valditara arriva a dire che «dobbiamo educare i giovani al rispetto delle persone e delle cose»? E questo perché i ragazzi, cresciuti in famiglie senza più l’antico ruolo educativo, d’indirizzo e di formazione, vengono lasciati soli, fuori casa e fino a notte fonda. Senza sapere dove vanno, con chi sono e che cosa fanno, mentre i genitori dormono sonni tranquilli.

Ragazzini che diventano ladri, spacciatori e, qualche volta, anche assassini. Girano liberi, non sanno più nemmeno litigare, sono adolescenti incapaci di affrontare i problemi e di gestire la rabbia, se non con l’uso del coltellino nella tasca dei jeans. Un po’ per difendersi, un po’ per imporsi. Per loro, fare i «maranza» e tirar fuori la lama diventa più facile che discutere. Finché non si ritrovano in uno di quei carceri che scoppiano, per via della violenza e dell’aggressività.

Ci troviamo di fronte ad una generazione che passa gran parte del suo tempo dinanzi allo schermo del telefonino, completamente dissociata dalla realtà, da molti scambiata per una specie di videogioco. Mentre invece, senza rendersi conto, seguendo la moda delle lame in tasca, ci si prepara a consumare vere e proprie tragedie.

Certo, lo Stato deve intervenire. È necessario – e non più procrastinabile – cercare delle soluzioni condivise tra maggioranza e opposizione. Per esempio, stabilendo che le leggi vanno applicate fino in fondo, affermando il principio delle pene sicure, senza più sconti di sorta. E poi, sarebbe anche ora di abbassare l’età punibile in modo da agevolare una seria prevenzione educativa, visto pure che per rubare, rapinare e finanche uccidere non esistono limiti di età. Il problema è proprio educativo. Fino a quando faremo finta che non esista un’emergenza educativa, saremo costretti ad affidarci sempre ad un intervento o della polizia o della magistratura. Praticamente: quando i buoi sono già scappati.

Dobbiamo prendere coscienza che i giovani - tra nostrani, immigrati di prima o seconda generazione e baby gang - sono diventati un problema. Se ragazzi e ragazze non imparano a relazionarsi, se non sanno litigare, è chiaro che ricorrono alla violenza.

Si torna al ritornello in voga da diversi anni: dove sono i genitori? E dov’è la famiglia? Si può ammazzare a 19 anni un compagno di scuola per gelosia?

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