Ogni storia ha sempre un inizio e una fine. Anche quella dell’Italsider, poi Ilva, Nuova Ilva, Arcelor Mittal, Acciaieria d’Italia. È stata cambiata più volte l’insegna che campeggia sull’immobile della direzione sulla statale che porta a Bari. Probabilmente, ora siamo alla fine con i titoli di coda che chiudono una lunga telenovela iniziata nel 1965 e che dovrebbe terminare con il ritorno all’acciaio di Stato. La svolta decisiva parte il 26 luglio 2012 con il sequestro degli impianti dello stabilimento di Taranto, deciso dalla magistratura con il processo Ambiente Svenduto, per i danni causati dall’Ilva di Taranto, cominciato nel 2016 e concluso il 31 maggio 2021. I 47 imputati (44 persone fisiche e 3 società) sono stati condannati con pene che vanno fino a 22 anni di reclusione. Il processo d’appello è stato fissato per il prossimo 19 aprile.
Dopo lo scoppio dello scandalo il governo nomina (2013) una gestione commissariale. A gennaio 2016, viene pubblicato un bando per acquisire l’ex Ilva. Vi partecipano Arcelor Mittal (AM) e una cordata concorrente, Acciaitalia, costituita da Sajian Jindal, la Cassa depositi e prestiti, Giovanni Arvedi e Leonardo Del Vecchio. Nelle prime fasi dell’iter si profila la cessione in fitto ad Am. Acciaitalia chiede una fase di rilancio dell’offerta di un miliardo per due nuovi forni elettrici a preridotto e avviare un processo di decarbonizzazione. Quando la cordata italiana si rende conto che il suo piano industriale era migliore, per realizzarlo ritiene necessario aumentare l’offerta.
Secondo Lucia Morselli, Jindal piaceva ai sindacati perché avrebbe fatto di Ilva «il suo unico centro di sviluppo in Europa, non una delle tante filiali di un impero che ha il suo centro altrove». Il ministro Calenda nega il rilancio dell’offerta e, dopo un lungo e tortuoso iter normativo (compreso il commissariamento) e giudiziario, a giugno 2017 aggiudica l’Ilva ad Am con la garanzia della clausola dello scudo penale.
E così a settembre 2018, l’ex Ilva passa sotto la gestione di Am (in fitto per cinque anni) che, dopo qualche mese, nomina amministratore delegato Lucia Morselli (ex Acciaitalia) al posto di Mathieu Jehl, ora ceo di ArcelorMittal France (con sette stabilimenti). Oggi ci si rende conto del flop per aver affidato l’ex Ilva alla multinazionale franco-indiana che, secondo il ministro Urso, finora non ha rispettato alcun impegno assunto, ma ha creato solo problemi di enorme difficoltà al governo, ai dipendenti e al territorio. Dare le chiavi a Mittal è stato un abbaglio poiché, oltre alle criticità rilevate dall’Anac sulla procedura della firma del contratto di acquisto, Calenda aveva pensato più al prezzo che a un piano ambientale e industriale. La stampa specializzata rilevò che, nella valutazione tecnica di comparazione dei rispettivi piani industriali e ambientali, quello di Am risultava incoerente su investimenti e volumi di produzione oltre che sull’occupazione. C’è anche da sottolineare che i vari governi non tennero conto della nazionalità degli acquirenti.
Lucia Morselli da ceo di Acciaitalia aveva capito tutto. In un’intervista (Affari&Finanza del giugno 2018), prima del suo arrivo (2019) in Ilva, profetizzò che Taranto, sacrificabile all’occasione, per AM sarebbe stata «una delle tante filiali di un impero che ha il suo centro altrove». Nel dicembre 2014 c’era stato un primo «avviso ai naviganti». «Attenzione a Arcelor Mittal» disse nella sede del Palazzo di città l’europarlamentare Edouard Martin (per 32 anni dipendente di Mittal a Florange, in Francia) e poi relatore del Rapporto del Parlamento europeo sulle condizioni della siderurgia europea. In un’intervista del 2018 a chi scrive, nella sede del Pe a Strasburgo, ribadì il concetto alla vigilia del passaggio agli indiani. «Non date le chiavi a Mittal» disse senza un piano particolareggiato e calendarizzato di un comitato con i rappresentanti delle autonomie locali, della Regione, degli imprenditori e dei sindacati.
Oggi per conoscere la fine di questa tragicommedia si attende il risultato dello scontro aperto tra governo e Am, e c’è chi calcola che la gestione di Am a Taranto lascerà un buco di 3 miliardi e il ritorno dello stabilimento alla gestione statale.
Le modalità di conduzione di Am dovevano servire da esempio prima della firma dell’accordo. L’arroganza di Renzi e Calenda, l’indolenza di Gentiloni e le decisioni di Conte e Di Maio hanno creato questo maledetto imbroglio difficile da risolvere. Mentre Am a Taranto ha lesinato interventi sugli impianti, a Gand in Belgio, a Florange e Dunkerque in Francia ha per migliorare la produttività e ridurre le emissioni di CO2.
Insomma oggi da economica, sanitaria, sindacale, la travagliata vicenda dell’Ilva di Taranto ormai è anche tutta politica. L’ultima polemica è tra Carlo Calenda, che accusa l’ex governo Conte di aver firmato patti parasociali per cui adesso lo Stato dovrebbe risarcire Am (si parla di 3 miliardi di buonuscita). I pentastellati invece accusano l’ex ministro di Renzi di essere stato come Totò quando vendeva la Fontana di Trevi. Fu lui, dicono, che impose Am, favorendo così un società estera penalizzando una cordata italiana che dava più garanzie. Sta di fatto che Am a Taranto ha rallentato la produzione e la manutenzione provocando notevoli ripercussioni economiche e anche sociali sulla forza lavorativa con il continuo ricorso alla Cig. Il nostro governo era informato dei metodi di gestione delle altri stabilimenti di Am? Ritorno al passato con la storia dell’Ilva. Nel 1995 finisce l’epoca dell’acciaio di Stato. Dopo un trentennio si torna indietro con la fine angosciosa di un’intollerabile conoscenza di Am che ha lavorato ai minimi storici con nefaste conseguenze per l’ambiente e la tenuta occupazionale con cassa integrazione a gogò.
















