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In Puglia e Basilicata

La riflessione

La concatenazione di eventi politici nel «caso italiano»

La concatenazione di eventi politici nel «caso italiano»

Chiedersi perché sia stata sempre impedita l’esistenza di qualcosa di analogo al bipartitismo dei maggiori paesi occidentali è vacua perdita di tempo

06 Agosto 2022

Piero Liuzzi

L’auspicio più ragionevole sarebbe che dalla Guerra Calda si tornasse alla Guerra Fredda, a quel balance of power che ha garantito una quasi-pace fino al crollo del Muro di Berlino.

Intanto, va rilevato che a portarsi avanti con il lavoro sulla via della Guerra Fredda ci sta pensando il dibattito pre-elettorale.
Vabbè, non sono più i tempi in cui Berlusconi metteva in guardia dal pericolo dei comunisti, una compagine che aveva cambiato nome un bel po’ di volte; aveva subito non si ricorda più quante scissioni ed era martoriata da una caterva di distinguo. Eppure Berlusconi ci faceva sognare i cosacchi che abbeveravano i cavalli alle fontane di San Pietro.
Di contro, la mamma degli antifascisti resta prolifica e l’allarme per l’incombere di Alalà e gagliardetti anima ancora oggi la campagna elettorale: accurata ricerca di qualche saluto romano nella biografia di questo o quello e qualche «Quando c’era Lui, caro lei!» scappato di bocca in un momento di foga.

Non c’è che dire. Il «Caso Italiano» non è un «caso» ma una concatenazione di eventi che non smette di concatenarsi.
Eppure, che al comando della, per così dire, sinistra oggi ci sia una saldissima pattuglia di ex democristiani dovrebbe dare da pensare, così come qualche pensiero dovrebbe sollecitare il fatto che anche la, per così dire, destra sia bipartita tra due forze che fino a ieri stavano al governo con Draghi e un’altra all’opposizione.

Ragion per cui il «Caso Italiano» vuole che una vittoria del (sempre per così dire) asse Meloni-Salvini-Berlusconi porterebbe al governo partiti di eterogenee esperienze, per non dire che un’infinitesima «non maggioranza» del centro destra, magari al Senato, potrebbe raccogliere sotto la stessa bandiera quanti oggi si dividono sdegnosamente, grillini ed eventualmente miracolati renziani inclusi. Ciò che presenza nel governo e permanenza all’opposizione ieri divise, oggi unisce. Mentre sempre il «Caso» potrebbe ricomporre ciò che oggi furiosamente si distingue in reciproci anatemi.

Chiedersi perché il «Caso Italiano» abbia sempre impedito l’esistenza di qualcosa di analogo al bipartitismo dei maggiori paesi occidentali è vacua perdita di tempo.

Certo, si direbbe, è la Storia anche se, a ben vedere, forse è storiella di piccoli opportunismi e minimi protagonismi. È ancora accaduto con la repentina caduta del governo Draghi. Più materia per psicanalisti che per storici.

Ma, a proposito di psicanalisi, resta la monomania del «Centro», croce e delizia della politica italiana, l’«Isola che non c’è» per la banale ragione che non fu isola ma arcipelago di piccoli scogli sempre a rischio di essere inghiottito da qualche tsunami. Un tempo fu Berlusconi, seguirono i grillini. Domani chissà.

Riemerge dai flutti quella sorta di Isola Ferdinandea che è Clemente Mastella, indefesso collezionista di sigle di partito, a dare l’ultimo tocco a «L’amica di nonna Speranza» di gozzaniana memoria: «Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto) …»

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