Martedì 28 Giugno 2022 | 05:19

In Puglia e Basilicata

La riflessione

L'astensione dilaga ma non è la fine della partecipazione

L'astensione dilaga ma non è la fine della partecipazione

E il punto non è tanto la desertificazione dell’urna referendaria in sé, perché il magro 21% di votanti raccolto domenica, è molto vicino ai valori del turno referendario del 2009 (23% circa)

14 Giugno 2022

Pino Pisicchio

Il presidente di seggio passò la giornata nella scuola di periferia e, vista la bassa partecipazione, per ammazzare la noia, prese ad annotare le età dei votanti. Su 788 iscritti, si presentavano al voto in 80. Tranne un ragazzo sparuto, al suo primo ingresso in una cabina elettorale, il più giovane aveva 53 anni, la fascia più numerosa era tra i 60 e gli 80, e votava anche qualche novantenne.

Non è un brano di Calvino, non è il Cottolengo di Amerigo, nella Giornata di uno scrutatore, libro intenso e sofferto, ma la cronaca - sofferta a suo modo - della giornata di domenica a Bari, in un seggio che attendeva il popolo sovrano al compimento del suo diritto/dovere civile. Credo che possa descrivere con efficacia plastica quel che è accaduto in tutto il Paese nella calda domenica del 12 giugno, giorno che forse ha messo la pietra tombale sul referendum abrogativo. O almeno su come viene usato oggi. E il punto non è tanto la desertificazione dell’urna referendaria in sé, perché il magro 21% di votanti raccolto domenica, è molto vicino ai valori del turno referendario del 2009 (23% circa), che presentava quesiti di tortuosa comprensibilità, intorno al gerovital di tutti i referendum italiani: le riforme elettorali. No, non è stato solo un problema di comprensibilità ma del raggrumarsi di più usure intorno allo strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione. Tanto per capirci: nel 1993 gli italiani andarono alle urne per votare ben otto referendum, i cui quesiti avevano contenuti ad altissimo tasso di astrattezza e di incomprensibilità, oltre che essere del tutto incoerenti far loro. Solo un piccolo remember: si andava dall’abrogazione di tre ministeri in una sola botta (agricoltura, turismo e spettacolo e partecipazioni statali), a quella del finanziamento ai partiti, dalla depenalizzazione di alcune droghe, all’abrogazione del controllo delle Usl sull’ambiente, dalle nomine ai vertici delle banche pubbliche, alla modifica in senso maggioritario della legge elettorale al Senato. Insomma, non è che si chiedeva alla gente di esprimersi sul divorzio o sull’aborto o sul fine vita, temi che investono direttamente la coscienza dell’elettore, ben oltre il pur necessario profilo delle cognizioni tecniche. No: si trattava di temi - si prenda ad esempio quello spinosissimo e complicatissimo delle regole elettorali- dove il profilo tecnico sopravanzava tutto il resto. Bene: andò a votare il 77% degli italiani e tutti i quesiti ebbero la stragrande maggioranza dei voti a favore. Cioè si abrogò tutto. Perché? Perché un flusso di comunicazione straordinariamente travolgente (e convergente) che sosteneva, per molte ragioni, uno dei quesiti, quello sulla riforma elettorale, trascinò tutto il resto con uno slogan semplificativo: «Volete sbarazzarvi di Tangentopoli e dei suoi protagonisti? Votate sì al referendum elettorale». Non mi pare di aver più rivisto una uguale convergenza dei media impegnata su tematiche referendarie. Una nota aggiuntiva. Attenzione: la storia dei referendum in Italia è una storia di costante adeguamento del corpo elettorale alle direttive del partito, quando i partiti ancora esistevano. Invito a fare la prova contraria anche con i quesiti storicamente più divisivi, come divorzio e aborto: l’esito è più o meno la sommatoria dei voti dei partiti che sostenevano l’interruzione di gravidanza e il divorzio e l’Italia dc dell’epoca sul tema si trovò in minoranza. Il problema è diventato grande quando i partiti sono morti e la gente si è trovata senza bussola. E allora ha disertato: infatti negli ultimi 25 anni, dal 1997 ad oggi, otto volte su nove il quorum non è stato raggiunto. Una sola volta si fece il 54%, undici anni fa, al traino della campagna per l’abrogazione del «legittimo impedimento», la legge adottata dalla maggioranza di destra per consentire al primo ministro di opporre la sua attività di governo per non presentarsi in processo. Si impegnò, però, tutto il centro sinistra per mandare al voto gli elettori.

Un telegramma finale sull’astensionismo alle comunali. Quasi il 55%. È poco? Certo, il fronte della partecipazione perde pezzi ad ogni giro, ma fermate le prefiche sulla porta: non è il momento del requiem. Piuttosto rimettiamo in piedi la politica, oggi parecchio distratta. Per ridare senso alla partecipazione di quello sparuto diciottenne nel seggio di Bari domenica mattina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725