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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Più velocità e niente ricatti, all’Europa del futuro serve il voto a maggioranza

L’Unione alla ricerca dello spirito europeo

L’unanimità può divenire fonte di veri e propri ricatti politici

12 Giugno 2022

Ennio Triggiani

Uno dei problemi per la non alta popolarità dell’Unione europea fra i cittadini deriva sia dalla eccessiva diversificazione degli impegni assunti da ciascuno Stato membro che dalla complessità del suo sistema decisionale.

Sotto il primo profilo, ricordiamo che con referendum popolare la Danimarca - ulteriore conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina - ha accettato di partecipare alla politica estera e di difesa comune dalla quale era stata esentata così come era avvenuto rispetto alla moneta unica e alla politica comune in materia di giustizia. Fu il «prezzo» pagato nel 1992 per convincere i danesi a ratificare il Trattato di Maastricht, in un primo tempo bocciato. D’altronde va ricordato che il Regno Unito, prima di uscire dall’Unione, a sua volta era già stato beneficiato di numerose esenzioni (opting out). Grazie a questa modalità esso aveva conservato la sterlina, pur essendo di regola l’euro la moneta ufficiale dell’Unione sul presupposto della presenza di alcuni requisiti sia economici che politici nel rispetto dello Stato di diritto. E così, soddisfatti questi, la Croazia nel 2023 sarà il ventesimo Paese membro ad entrare nell’Eurozona seguita, l’anno successivo, dalla Bulgaria.

L’Europa a più velocità, quindi, già esiste - e realizzabile anche attraverso le «cooperazioni rafforzate» - ed è diretta conseguenza della necessità di raggiungere l’unanime consenso degli Stati membri ogni volta che bisogna modificare il Trattato vigente. Tale rigidità non solo rende estremamente complessi gli aggiornamenti pur indispensabili ma sottopone gli stessi al raggiungimento di compromessi non sempre limpidi o efficaci.

Altrettanto dicasi della quotidiana vita legislativa dell’Unione sottoposta alle forche caudine di procedure molto articolate di fronte alle quali quelle italiane, pur appesantite da un bicameralismo perfetto, appaiono snelle e rapide. Per di più è prescritto il voto unanime in materie delicate e importanti quali politica estera e di sicurezza comune, fiscalità, finanze Ue, giustizia e affari interni, sicurezza e protezione sociale, nuovi diritti di cittadinanza.

In tutti questi casi l’unanimità può divenire fonte di veri e propri ricatti politici. Abbiamo assistito, per esempio, a quello posto in essere dall’Ungheria di Orban che, per la palese amicizia con Putin, ha minacciato di esercitare il proprio potere di veto sul sesto pacchetto di sanzioni verso la Russia; ma il suo intento è anche quello di sbloccare le risorse derivanti dal «Next Generation» giustamente congelate dal rifiuto ungherese di modificare le proprie norme liberticide peraltro già oggetto di condanna dalla Corte di giustizia dell’Unione.

Ci si chiede allora se, di fronte al tradimento dei valori della democrazia e dello Stato di diritto che sono aspetti identitari dell’Unione, si possa escludere il Paese membro che si allontani costantemente dagli stessi. In realtà tale espulsione non è consentita dal Trattato di Lisbona e per prevederla bisognerebbe modificare lo stesso ma sempre sulla base dell’unanimità. È il gatto che si morde la coda. In altre organizzazioni internazionali questa possibilità è invece prevista come per esempio avviene nel Consiglio d’Europa, sulla base del cui art. 8 dello Statuto di recente è stata estromessa la Russia. Certo, si tratta di situazioni abbastanza diverse considerata la ben maggiore intensità e qualità di rapporti instaurati fra i Membri dell’Unione e la filosofia di fondo che li lega.

Oggi è solo possibile ricorrere alla sospensione di alcuni diritti, fino a quello di voto all’interno del Consiglio, ma sempre attraverso una procedura lunga e complessa fatta per aggirare con relativa facilità tale potere sanzionatorio. Oppure, come è infatti già avvenuto, si lega il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto all’erogazione dei fondi europei grazie a un tecnicismo che ha superato il criterio di voto all’unanimità.

Resta quest’ultimo, quindi, il problema di fondo della ormai non più rinviabile decisione di ricondurre anche il sistema decisionale dell’Unione e la stessa possibilità di revisione della sua fonte normativa, il Trattato, al tradizionale criterio della maggioranza tipico di ogni struttura democratica. E si tratterebbe del definitivo salto di qualità di una realtà certo nata sul piano dei principi tipici del diritto internazionale ma che oggi, dopo 70 anni di vita, deve orientarsi progressivamente su quelli che informano il funzionamento di uno Stato di tipo federale.

Il futuro del processo d’integrazione europea si gioca sul coraggio ma anche sul realismo che, dando seguito alle indicazioni fornite dalla consultazione popolare della Conferenza sul futuro dell’Europa, gli Stati membri dovranno dimostrare nei prossimi mesi. Si tratta di trovarsi preparati nel nuovo quadro delle relazioni internazionali che indubbiamente emergeranno a seguito della guerra in Ucraina.

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