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«Love toys», i sexy-giocattoli di Andreina sono made in Taranto

«Love toys», i sexy-giocattoli di Andreina sono made in Taranto

«Love toys», i sexy-giocattoli di Andreina sono made in Taranto

 
Valentina Castellaneta

Reporter:

Valentina Castellaneta

«Love toys», i sexy-giocattoli di Andreina sono made in Taranto

Anche stimolatori e preservativi vegani ideati dal suo team «Twilo»: «Alcuni giovani non usano le protezioni e vogliamo aiutarli a capire i rischi»

Lunedì 22 Gennaio 2024, 11:59

TARANTO - Non chiamateli sex toys. Quelli made in Taranto, prodotti e ideati da Andreina Serena Romano e dal team di Twilo sono dei “love toys”. Discrezione, romanticismo, libertà, complicità e prevenzione sono le parole chiave su cui la founder ha basato il suo marchio che produce vibratori, stimolatori e persino preservativi vegani. Ripudiata la volgarità, la fetta di mercato a cui si rivolge è una clientela interessata a oggetti del sesso eleganti e facili da portare in giro. Sono love toys di design che, per definizione, unisce la funzionalità all’estetica. Entrando nel suo ufficio in via Principe Amedeo, ci si rende subito conto di non trovarsi in un sexy shop, ma in un logo per creativi.

Il brand è nato in Basilicata, come la fondatrice potentina che, fino al 2016 quando è nato Twilo, era una consulente al servizio delle start up. L’idea è nata da economista e fruitrice di sex toys, stanca di utilizzare oggetti fuori luogo. Dopo aver creato il marchio, ha capito che per la sua azienda voleva un posto diverso. «Ero molto attratta dalla Puglia - racconta Andreina - perché è una regione molto dinamica e propositiva, con uno modo di vivere il business differente». Dopo un mese di vita a Lecce, è passata da Taranto. «Ho visto un cambiamento incredibile dall’ultima volta che c’ero stata. Ho pensato che il nostro brand era in crescita, esattamente come la città. Così partendo da zero mi sono trasferita. Ho messo su l’ufficio e assunto un team locale, quasi completamente al femminile, e ora sogniamo di cambiare il mondo». Insomma il capoluogo ionico le ha offerto quel terreno fertile che cercava. L’ha accolta senza chiusure mentali. «C’è molto interesse: abbiamo già collaborato e stiamo costruendo una rete con discoteche, boutique, locali e negozi e stiamo avendo molto successo». Andreina, insomma intende legare il suo marchio alla città, nonostante non esista un negozio fisico, ma solo uno shop online.

Ma al di là dell’accoglienza, quali toys sono amati dai tarantini? «Quello che sta andando di più sono i prodotti per neofiti: oggetti minimali, da portarsi appresso, di cui è difficile capire subito di cosa si tratta. Sono richiestissimi i mini stimolatori. Ne abbiamo venduti tanti anche per Natale, come regali per le amiche, le colleghe». Oggetti piccoli, studiati dal team di creativi, ingegneri elettronici e designer, per non creare disagio ed essere sicuri. «Certo, quando devi studiare dove mettere le batterie che siano durevoli, o come nascondere le parti elettriche - ammette - si perde un po’ il romanticismo».

Tanta ricerca, insomma, ma come affrontare il pudore dei fruitori? «Noi tentiamo di comunicare che non bisogna essere imbarazzati riguardo all’amore. I love toys si possono utilizzare in coppia o con chi si vuole. Però un po’ di vergogna c’è ancora e noi dobbiamo capirlo». Di qui la scelta dello shop online che invia pacchi non identificabili. Discrezione, quindi, ma anche sicurezza e prevenzione: «Parlando con i ragazzi più giovani abbiamo scoperto che alcuni non hanno mai usato un preservativo e ci teniamo molto a far capire che bisogna tutelarsi e tutelare». L’obiettivo di Andreina e del suo team è di raddoppiare le vendite nel prossimo anno e creare una rete di collaborazioni. Hanno anche vinto un “Oscar per l’innovazione” dall’Angi, l’Associazione nazionale giovani imprenditori che l’ha inserita tra le start up più promettenti d’Italia.

Grandi progetti e visioni nel futuro della professionista che mantiene sempre le radici con la sua terra lucana dove torna a trovare la nonna. «Come le ho spiegato il mio lavoro? È stato già difficile farle capire che facevo la consulente per le start up. Stavolta non c’ho provato neanche».

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