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LA MEMORIA

Magli, il generale-eroe che sconfisse i tedeschi

Magli, il generale-eroe che sconfisse i tedeschi

Il generale Giovanni Magli

L'8 settembre 1943 con i suoi soldati attaccò la Wehrmacht in Corsica. Fu l'unico caso di vittoria italiana

08 Settembre 2022

Giovanni Di Cagno

Sono le ore 19 dell’8 settembre 1943. Siamo a Corte, in Corsica, nel comando del VII corpo d’armata del generale Giovanni Magli, da pochi mesi comandante militare dell’isola. Il servizio informazioni comunica che Radio Londra ha annunciato l’armistizio. Immediatamente, cioè un’ora prima del famoso comunicato di Badoglio, Magli rivolge a tutti i comandanti delle unità ai suoi ordini un fermo messaggio: «... Ove mai si attentasse da parte di chicchessia ad esprimere atti che possano offendere il nostro sentimento di italiani e di soldati, la reazione deve essere immediata». Subito dopo, si reca ad accogliere l’illustre ospite atteso per cena, il generale Von Senger, comandante delle forze tedesche in Corsica. L’atmosfera è fredda: ciascuno dei due comandanti intuisce che l’altro sa. Alle 20, quando anche Radio Roma annuncia l’armistizio, Magli interrompe la cena e, pur non conoscendo ancora il testo del comunicato ufficiale, informa Von Senger che da quel momento le forze italiane non avrebbero più potuto prestare alcuna assistenza a quelle tedesche. Von Senger assicura che le sue truppe avrebbero abbandonato l’isola pacificamente, saluta militarmente, e va via. Magli (fervente monarchico, ma mai iscritto al partito fascista) è privo di ordini e di contatti con l’Italia, ma intuisce immediatamente le implicazioni politiche dell’armistizio: così, dispone la scarcerazione immediata dei detenuti politici e dei partigiani corsi catturati nei mesi precedenti.

All’una di notte, Magli viene informato che truppe tedesche hanno attaccato proditoriamente le forze italiane a Bastia, e si sono impadronite con la forza del porto; senza indugi, allora, dà ordini per la riconquista di quell’infrastruttura strategica, e all’alba le forze italiane attaccano il contingente tedesco che vi si era asserragliato. Battaglia breve ma violentissima, nel corso della quale circa ottocento tedeschi perderanno la vita prima della resa. Alle 8 del mattino del 9 settembre il porto di Bastia è di nuovo in mano italiana. È in assoluto il primo episodio, dopo la proclamazione dell’armistizio, di belligeranza tra italiani e tedeschi, e per questi ultimi finisce malissimo. Subito dopo la resa tedesca, Von Senger - che evidentemente non si aspettava la reazione italiana - si precipita al comando di Magli, si scusa, parla di un malinteso, e assicura che non vi saranno altre ostilità da parte delle truppe tedesche. Magli finge di credergli, ma a scanso di equivoci gli mostra il durissimo messaggio diramato all’alba alle sue unità: «Non sarà tollerato alcun atto di ostilità nei riguardi delle truppe italiane. Alla forza si risponde con la forza, al fuoco col fuoco».

Nelle prime ore del mattino del 10 Magli - sempre privo di ordini - viene informato che imponenti forze tedesche, tra cui la 90° divisione corazzata, stanno sbarcando a Bonifacio provenienti dalla Sardegna. Il comandante italiano capisce che la sua linea di condotta, improntata alla difensiva nello spirito del comunicato di Badoglio, non è più sufficiente: occorre attaccare i tedeschi prima che questi si rafforzino troppo (è quello che non farà il comandante della divisione «Acqui» a Cefalonia, pagandolo a caro prezzo). Magli, allora, convoca il comandante dei partigiani corsi, Colonna d’Istria, ne chiede l’appoggio per combattere i tedeschi e fa distribuire armi ai patrioti francesi. Alle ore 6 del 13 settembre, dopo i necessari concentramenti delle fanterie italiane, al solito penalizzate dalla mancanza di automezzi, inizia l’offensiva del VII° corpo d’armata appoggiata dai partigiani corsi. I tedeschi, tuttavia, dispongono di forze di gran lunga superiori, potendo contare su ben due divisioni corazzate (di cui gli italiani sono privi). Così, i carri armati Tigre soverchiano i fanti della divisione Friuli in località Casamozza, e nella serata del 13, dopo un’intera giornata di combattimenti, i tedeschi entrano a Bastia. Le cose rischiano di mettersi male per gli italiani, quando il mattino del 14 cominciano a sbarcare ad Ajaccio forze francesi. Magli, pur totalmente all’oscuro delle clausole di armistizio, intuisce subito che occorre stringere rapporti di collaborazione operativa con gli Alleati, e il 17 settembre, mentre proseguono violenti scontri tra italiani e tedeschi, incontra il comandante del corpo d’armata francese generale Martin per definire piani comuni.

L’offensiva italo-francese ha inizio il 29 settembre e ben presto travolge le forze tedesche, che sono costrette a imbarcarsi frettolosamente. All’alba del 4 ottobre i bersaglieri italiani riconquistano Bastia, lasciando ai francesi l’onore di entrare per primi in città; il giorno dopo gli ultimi reparti tedeschi rimasti sull’isola si arrendono: la battaglia della Corsica è vinta!
Si tratta dell’unico caso di una grande unità italiana che, dopo l’8 settembre, non solo resiste ai tedeschi, ma li attacca e riesce a sconfiggerli. Una vicenda da celebrare adeguatamente, si penserebbe. E invece, sui fatti della Corsica è sostanzialmente caduto l’oblio. Dei combattimenti tra italiani e tedeschi dopo l’armistizio, infatti, si tende a ricordare solo la resistenza spontanea del 10 settembre di reparti militari e di cittadini romani davanti a Porta San Paolo; ovvero, quella della divisione Acqui a Cefalonia, conclusasi con il barbaro massacro perpetrato dai tedeschi. Solo sconfitte, insomma! Così, in larghi strati di opinione pubblica è passata l’idea che il disfacimento del regio esercito fosse sostanzialmente inevitabile, tanto che chi osò resistere ai tedeschi venne deportato o massacrato; e invece, vi furono comandanti militari che, pur lasciati senza ordini dai propri superiori, seppero dare esempi di assoluta fermezza (oltre a Magli, ad esempio, i comandanti delle divisioni Taurinense e Venezia nei Balcani, o il generale Bellomo che organizzò la difesa del porto di Bari).

Insomma, l’8 settembre non si è esaurito nel «tutti a casa»! Intere grandi unità composte da decine di migliaia di uomini adeguatamente comandati, restarono compatte senza sbandarsi, rifiutarono la resa ai tedeschi, e in Corsica riuscirono addirittura a sconfiggerli. Ed ecco, allora, perché nel dopoguerra si è preferito dimenticare le vicende della Corsica: perché lì abbiamo vinto, lì abbiamo sconfitto i tedeschi, lì abbiamo dimostrato che lo «squagliamento» delle nostre forze armate non era inevitabile, che l’alternativa non era tra arrendersi o morire. E’ stato molto comodo per tanti, nel dopoguerra, occultare le proprie responsabilità gettando la croce solo sul Re e su Badoglio. La cui fuga fu ignobile, sia chiaro! Ma le vicende della Corsica dimostrano che si poteva resistere ai tedeschi anche senza ordini del Comando Supremo; che Roma avrebbe potuto essere difesa con successo, se solo i comandanti dei reparti ivi stanziati si fossero comportati come il comandante della Corsica; che se ognuno avesse fatto il proprio dovere, se il Re, il Governo, lo Stato Maggiore non fossero tutti scappati, se i comandanti delle grandi unità si fossero assunti la responsabilità di organizzare la resistenza delle proprie truppe alla prevedibilissima aggressione tedesca, la Storia d’Italia sarebbe stata diversa; e forse, almeno fino al Po ci sarebbero stati risparmiati gli orrori dell’occupazione nazifascista, della repubblica di Salò, e della guerra civile.

Il generale Giovanni Magli, di cui porto orgogliosamente il nome, era mio nonno. Un uomo che, nell’ora più buia, ha saputo trovare nella propria coscienza di comandante militare e di italiano quegli ordini che i propri superiori non ebbero il coraggio di dare: «Alla forza si risponde con la forza, al fuoco col fuoco».

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