«Sono molto ottimista». Leonardo Mendolicchio lo dice con la lucidità di chi, ogni giorno, osserva da vicino il disagio e le trasformazioni delle nuove generazioni. È da questo sguardo clinico che nasce Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità (Mondadori), il saggio che presenterà oggi, venerdì 27 marzo a Bari, alle 18.30 alla Libreria Liberrima Ubik, in dialogo con le psicologhe Alessandra Campana e Maria Antonietta Scarcella. Psichiatra e psicoanalista, membro della Scuola lacaniana di psicoanalisi e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi, direttore del Centro disturbi del comportamento alimentare e del laboratorio di ricerca di Neuroscienze Metaboliche dell’Istituto Auxologico italiano, Mendolicchio parte da una domanda tanto semplice quanto disarmante: cosa significa oggi diventare uomini? La risposta, spiega, affonda in un vuoto identitario sempre più evidente. «I ragazzi non sanno dire cosa provano. Non trovano qualcosa che li aiuti a definire chi sono». È qui, prima ancora della violenza, che si consuma la frattura. Se il femminile ha costruito nel tempo un proprio significato attraverso emancipazione e conflitto, il maschile si ritrova oggi senza una bussola. «Viviamo cambiamenti epocali, anche per effetto della rivoluzione digitale, ma non abbiamo più un riferimento identitario. I ragazzi si portano dietro i cliché del maschio virile, forte, potente, mentre il mondo parla di fragilità e complessità».
Due modelli che non si incontrano. «Da qui nasce una crisi di identità». Eppure, quel modello dominante continua a sedurre. «Viviamo nella performatività: follower, risultati, successo. L’identità si misura su ciò che si ottiene. In questa logica, il modello dell’uomo forte diventa allettante». Il punto è che non regge. «Un’identità costruita su stereotipi rigidi entra inevitabilmente in crisi. Prima o poi quella forza vacilla, e se non hai altro a cui appellarti resti fuori». È il paradosso contemporaneo: il ritorno del machismo, anche nella politica globale — da Trump a Orbán fino a Milei — e, allo stesso tempo, la sua inadeguatezza nella vita reale. Per Mendolicchio, la fragilità è una soglia evolutiva. «Mettere in crisi il maschile non è un vezzo culturale, è una necessità clinica. Quel modello non funziona più. La fragilità ci libera dall’inganno di pensare che basti la forza per stare al mondo». Eppure, «piangere è ancora vissuto come una perdita di identità». Il risultato è una polarizzazione: da un lato chi si ritrae, dall’altro chi si rifugia in una virilità tossica. «Sono sempre più rari i modelli capaci di condividere le emozioni».
In questo contesto si inseriscono anche bullismo e cyberbullismo: «Il ragazzo che si sente perso usa aggressività e sopruso per darsi un posto nel gruppo. E oggi quel posto è amplificato dai social, dove la performance non solo costruisce identità, ma si vende e produce anche vantaggi concreti». La violenza, spesso, nasce dalla paura. «Chi si sente debole attacca». Ed è un meccanismo che trova una forma estrema nei gruppi incel, fenomeno che Mendolicchio definisce «molto preoccupante e sottovalutato». «Si tratta di comunità online, soprattutto su Telegram, in cui ragazzi — ma sempre più spesso anche uomini adulti — si convincono di non essere all’altezza dell’amore e della sessualità perché non rientrano in determinati parametri estetici». Da qui prende forma «un sistema paranoico di pensiero», in cui la frustrazione si trasforma in aggressività verso gli altri uomini e soprattutto verso le donne. «Si autoescludono e costruiscono un’identità fondata sull’odio e sulla rivalsa». Le donne diventano il bersaglio su cui proiettare il senso di esclusione. «È una visione profondamente disturbante».
All’interno di questi gruppi si sviluppa anche «una vera e propria algebra dell’estetica»: volto, altezza, proporzioni vengono misurati come parametri decisivi per essere “amabili”. «Se sei dentro quei criteri esisti, altrimenti sei fuori». Una semplificazione estrema, che si innesta però su una società già ossessionata dalla performance e dall’immagine. Non è una nuova maschilità, chiarisce Mendolicchio, ma «una nuova forma di misoginia», che non offre possibilità di riscatto se non attraverso modifiche estetiche. «Non ha nulla a che vedere con l’amore, con il desiderio, con la relazione. È il sintomo di un maschile in crisi». Sul piano educativo, il nodo resta il padre. «Siamo passati da una figura assente, incapace di orientare, a modelli onnipotenti che tornano a imporsi anche culturalmente. In realtà serve un padre che stia accanto, che viaggi insieme ai figli, soprattutto ai figli maschi, in un mondo che lui stesso fatica a comprendere».
Non esiste ancora una nuova grammatica del maschile compiuta, ma qualcosa si muove. «La Gen Z parla di salute mentale, delle proprie difficoltà. Vedo ragazzi che provano a stare nel mondo partendo dalle proprie fragilità. Questo è un segnale forte. Per questo sono ottimista». E allora, alla domanda finale — come si diventa uomini oggi — la risposta è chiara: «Avendo il coraggio di mettere in discussione i modelli che la società propone. Di esercitare il dubbio. Di essere autentici e condividere ciò che si vive». Perché la parola che manca, oggi, è una sola: «Coraggio. Può sembrare paradossale, ma molti uomini fingono forza e non hanno il coraggio di partire dalla verità di sé. Servono coraggio e verità».
















