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«Giocatori d'azzardo»: il libro di Virman Cusenza presentato a Bari

«Giocatori d'azzardo»: il libro di Virman Cusenza presentato a Bari

Il 16 giugno alle 18.30. Interverranno Francesco Paolo Sisto e Luciano Canfora, modera il direttore della Gazzetta Iarussi

14 Giugno 2022

Leonardo Petrocelli

BARI - Sarà presentato a Bari giovedì 16 giugno alle 18.30 nella sede della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia il nuovo libro di Virman Cusenza "Giocatori d'azzardo", un saggio che racconta il gesto eroico compiuto dall'avvocato socialista Enzo Paroli nei confronti di Telesio Interlandi "il direttore preferito da Mussolini"  nonché l'autore di alcuni delle più violente campagne antisemite durante il regime fascista. Interverranno, assieme all'autore, il filologo Luciano Canfora e il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Modererà l'evento il direttore della Gazzetta del Mezzogirono Oscar Iarussi.

Paroli e Interlandi, la storia che stregò anche Sciascia (L'intervista di Leonardo Petrocelli)

Un avvocato antifascista di solida tradizione socialista. Un giornalista fascista, direttore de La difesa della razza. E una guerra che finisce, abbandonando il Paese in una spirale di odio. Ma quella dei due non è una storia di sanguinosa ritorsione. È una storia di pietà e solidarietà inaspettata con l’avvocato, Enzo Paroli, che prima accetta di difendere e poi addirittura nasconde, a proprio rischio, nella cantina della sua villa bresciana, il giornalista Telesio Interlandi. C’è molto di italiano e forse, per questo, di universale nell’incredibile vicenda sulle cui tracce si era messo, negli ultimi mesi di vita, Leonardo Sciascia e che oggi, compiutamente, viene raccontata dal giornalista Virman Cusenza, già direttore di «Mattino» e «Messaggero», nel volume Giocatori d’azzardo (Mondadori, 2021).

Cusenza, scrive che questa storia le è caduta in testa «come la mela di Newton». In che senso?
«In senso letterale. Ma non si è trattato di una mela bensì di un vecchio numero di Storia illustrata che conservavo per il mio legame con Leonardo Sciascia, una figura di riferimento che ho avuto il piacere di conoscere»

A cosa si faceva cenno in Storia Ilustrata?
«Proprio alla vicenda di Interlandi e Paroli cui Sciascia lavorò negli ultimi mesi della sua vita, senza riuscire poi a produrne un lavoro. Curiosamente, il più importante incontro cui lui lo ebbi a pranzo nel 1989 a Milano in un frangente in cui, ricostruendo, si può affermare che si stesse occupando proprio di quello».

Quando questo intreccio di destini diventa un libro?
«Quando Mondadori mi chiede una proposta editoriale la mente corre subito a quella storia che aveva colpito così tanto la mia immaginazione. La famiglia Sciascia mi ha fornito la cartella di documenti che Leonardo aveva iniziato a comporre. Era una solida base di partenza, ma incompleta. E qui...».

...qui entra in gioco il cronista...
«Sì, con lo spirito da cronista che rivendico per me stesso ho iniziato a fare ricerche archivistiche e rintracciato, su tutti, tre documenti essenziali: il fascicolo giudiziario con le accuse a Interlandi, le prove dei pagamenti segreti della Repubblica di Salò al giornalista e, infine, una lettera di quest’ultimo che cercava in qualche modo di giustificarsi, minimizzando il suo ruolo durante il regime».

Così «armati» la storia può iniziare. Entriamo nel merito: cosa lega i due personaggi? L’azzardo evocato nel titolo?
«Sono due personaggi diversissimi, direi agli antipodi. Ma entrambi sono giocatori d’azzardo, ognuno a suo modo. Interlandi è un giocatore che punta tutta la posta sulla vittoria del Fascismo e scommette su Mussolini come unica soluzione per il presente e il futuro. Una giocata comoda prima del crollo».

E Paroli invece?
«Quando decide di salvare Interlandi ha tutto da perdere e nulla da guadagnare: rischia di essere arrestato, di subire le rappresaglie dei partigiani, di distruggere l’onorabilità del proprio nome nonché il futuro della carriera da avvocato. Di fatto non c’è nulla che possa motivare tutto questo».

Insomma, si va a «infilare» in un guaio pur essendo lui uno dalla parte giusta della «storia» e senza nulla da farsi perdonare. Ma perché? Per amor di quel «garantismo» tanto caro anche a Sciascia?
«Non c’è dubbio che in lui ci sia l’idea di offrire a chiunque una degna difesa, soprattutto a chi non ne dispone e, anzi, rischia di essere ucciso prima del processo. Ma soprattutto, e questo vale per la latitanza, in Paroli c’è una intuizione lungimirante».

Cioè?
«L’idea che il Paese, nonostante il cessate il fuoco, fosse stretto in una morsa insopportabile di odi, rancori e vendette. E dunque fosse necessaria un’azione pacificatrice che, poi, troverà riscontro ufficiale nell’amnistia di Togliatti del ‘46».

Negli otto mesi e mezzo trascorsi insieme, i due si contaminano?
«No. C’è gratitudine, certo, ma non si può dire nemmeno che nasca una vera amicizia. Tutte le distanze politiche e culturali rimangono intatte. Interlandi rimane se stesso, si può dire coerentemente, fino alla fine. E lo stesso vale per Paroli. Chiusa la parentesi i due resteranno in contatto ma nulla di più».

Ma alla fine questa storia, fortemente radicata nel proprio tempo, ha una lezione per l’oggi?
«Senza dubbio. Facciamo un esempio concreto: una famiglia ucraina si ritrova dietro la porta un soldato russo, uno di quelli che hanno partecipato all’attacco e che, magari a guerra finita, rischia di essere condannato a morte o ucciso in un rappresaglia. Potrebbero decidere di ospitarlo e di salvarlo proprio come fece Paroli con Interlandi. È una vicenda che tocca corde di umanità e di pietà senza tempo. E, per questo, ha una chiave universale che Sciascia aveva trovato prima di tutti».

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