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Bif&st 2020, il trionfo dell’horror in chiave «sovranista»

Dopo Pupi Avati il barese Roberto De Feo con «The Nest»

Il trionfo dell’horror in chiave «sovranista»

Bari - Teniamo d’occhio Piazza Prefettura stasera alle 20.30, prima della proiezione del film in anteprima internazionale Les traducteurs di Régis Roinsard con Riccardo Scamarcio, Olga Kurylenko e Lambert Wilson. C’è un premio che impone una rapida riflessione. Il premio, assieme a quello come miglior attrice a Micaela Ramazzotti, è per il montaggio di The Nest – Il Nido, un autentico gioiello dell’orrore che l’autore stesso, il barese Roberto De Feo, spesso e volentieri, considera relativamente un horror. Il premio va a Luca Gasparini, che come tutti in The Nest hanno fatto un lavoro magistrale. Non è un caso che lo scorso anno in Italia ci sia stata un rimonta impressionante sul fronte degli horror. E di cui giorni fa al Bifest il premio a Pupi Avati è stato un segnale.

Peccato che di due grandi horror contemporanei come Il signor Diavolo del veterano Avati e The Nest del debuttante De Feo, horror italiani nella misura in cui l’Italia è un paese «da paura» di suo, non ci sia stata traccia significativa nei palmares nazionali recenti, salvo che in questa circostanza.

«Vivi in una casa da paura, in tutti i sensi» dice Denise a Samuel in The Nest. E ha ragione. A cosa somiglia un film italiano che faccia autenticamente spavento, scavando nel profondo? Somiglia principalmente a un film italiano dentro. Appartiene a un Paese in cui la paura è in tutti i sensi familiare e di casa, da sempre, pronta all’occorrenza a tornare e a montare, auspice quasi dell’ennesimo salto nel vuoto. Fa molta paura di per sé, indipendentemente dall’adesione esplicita ai canoni dell’horror, un film che guardi insomma all’Italia così com’è, come è stata o come sarà in chiave apocalittica. Sia con effetto retroattivo, sia se come The Nest l’effetto che è drammaturgico, non splatter, viene proiettato verso un presente/futuro ironicamente astratto.
L’intuizione di De Feo, assecondata dal montaggio geometrico e perimetrale di Gasparini consiste nel confina il raggio d’azione in uno spazio ristretto, claustrofobico, sotto l’egida materna che è poi sintomatico di un regime matriarcale. L’Italia, nella doppia accezione sottolineata da Denise in The Nest è appunto come una grande dimora. Da un lato custodisce tesori artistici, spettacoli paesaggistici appunto «da paura», cioè forti e impressionanti come quelli che irretiscono l’occhio ignaro ed estasiato di Samuel una volta fuori dalla dolce e non meno verde dimora. Dall’altro in questa IItalia, non su un altro pianeta o in un altro posto del pianeta, si annidano sedimentati fatti e avvenimenti reali. Cose terribili, mozzafiato.

Dunque The Nest è un ineccepibile horror «sovranista». La prassi autoritaria viene giustificata e alimentata dall’istanza di rinchiudersi per barattare la sicurezza con la libertà. La paura dell’altro, dell’invasione, la sindrome dell’accerchiamento forniscono lo spunto pauroso. A questo punto ha ragione davvero l’autore. Il suo non è un horror come tanti. La parabola sulla presunta tenuta felice e protetta con al centro la cupa Villa dei Laghi dove, al riparo dal mondo dichiarato ostile, e in cui si consuma l’educazione sentimentale dell’adolescente Samuel riassume lo specchio scuro e lo spettro retroattivo dei giochi al massacro che risalgono a Luchino Visconti, Marco Ferreri, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Liliana Cavani, Dario Argento.

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