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LECCE - La grana, temuta e fino a quel momento messa in sordina, è esplosa al 35’ del secondo tempo di Lecce-Salernitana. Il risultato è fermo sull’1-1 e Mino Chiricò entra in campo al posto di Scavone. Accade ciò che nessuno avrebbe voluto ma che era ampiamente preventivato. Dalla curva Nord parte la contestazione. Gli ultrà prendono di mira l’attaccante, mai perdonato, nonostante le recenti scuse, per atteggiamenti ritenuti irrispettosi che risalgono a quando, giovanissimo, chiuse la sua prima esperienza nel Lecce, in serie C.

Chiricò ha il merito di procurarsi la punizione da cui nasce il 2-1 di Falco, un gioiello. Ma alla curva poco importa. Dalla balaustra spariscono gli striscioni e la contestazione si allarga: investe mister Liverani, reo di aver schierato il calciatore inviso. E, per la prima volta da quando è in sella, si abbatte anche sulla società.
La squadra gioca il finale in un clima surreale, con i duri cori dal settore degli ultras e il resto dei quasi 13mila presenti che contesta i contestatori. La Salernitana trova il pari in extremis. I giallorossi, autori di una buona prestazione, dopo il triplice fischio provano ad avvicinarsi alla curva per il saluto di rito, ma vengono respinti.
Un pasticciaccio brutto, che ha causato fibrillazioni e alta tensione, fra i tifosi e non solo, e che potrebbe avere ulteriori riflessi negativi se non si troverà una soluzione.

Eppure il club aveva provato fino all’ultimo giorno di mercato a liberarsi della patata bollente. Il presidente Saverio Sticchi Damiani ci aveva messo la faccia. Prima chiarendo la faccenda con i tifosi giunti sul campo di allenamento di Martignano a contestare Chiricò e il direttore sportivo Mauro Meluso. Poi pubblicamente: «L’operazione Chiricò - aveva spiegato - risale allo scorso aprile ed è stata portata a termine, con il giocatore preso a parametro zero, soprattutto per generare una plusvalenza. Forse - aveva ammesso - non abbiamo tenuto in debito conto l’aspetto ambientale. Io rispetto la posizione di principio degli ultras. Mai hanno interferito con le scelte della società e non hanno mai preteso nulla, a differenza di chi si dice tifoso e poi chiede i biglietti omaggio, o di chi seminava zizzania sostenendo che non volevamo andare in B. Risolveremo la questione, nell’interesse di tutti».

Sticchi Damiani, in effetti, si è speso in prima persona per trovare una sistemazione a Chiricò. Grazie alla sua amicizia col presidente della Ternana, Stefano Ranucci, la cessione sembrava poter andare in porto, anche con un vantaggio economico per il Lecce. Poi le pretese economiche avanzate dall’agente per conto del giocatore hanno fatto saltare l’affare.
Chiricò è rimasto. E ieri ha esordito. «È un calciatore del Lecce. Ho pensato che potesse essere utile e l’ho utilizzato. Nella mia carriera ho sempre rispettato le posizioni di tutti, però sono chiamato a fare delle scelte», ha sottolineato nel dopogara Liverani. Alla vigilia, il tecnico romano, abituato a pressioni di grandi piazze, aveva ribadito che Chiricò è un giocatore come tutti gli altri, non escludendo però una possibile cessione in caso di riapertura del mercato dovuta ai ripescaggi.
Come dire: Chiricò è elemento utile, ma non indispensabile in una rosa che possiede alternative. E chissà se la scelta dell’allenatore di schierarlo ha sorpreso Saverio Sticchi Damiani, che a caldo ha preferito non commentarla. Di certo ha esposto la società alla reazione della curva.

La posizione degli ultras è del tutto opinabile, così come le loro battaglie di principio possono non essere condivise e anzi risultare becere e fastidiose agli occhi e alle orecchie del «tifoso comune». Resta il dato di fatto che ora l’ambiente è spaccato e nervoso; la squadra rischia di accusare il colpo; la società è sulla graticola dei fronti contrapposti. Proprio quello che Sticchi Damiani aveva tentato in tutti i modi di evitare.
Ferite aperte dall’impiego non di Ronaldo, ma di Chiricò. Lecito domandarsi: cui prodest? E ancora: era davvero necessario farsi del male?

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