in aula
Processo a Brindisi: sfilano i parenti di Irene Margherito. La donna uccisa dal cognato «per il bene della famiglia»
Così ha detto il 57enne Adamo Sardella sul finire dell’udienza, mentre sul banco dei testimoni c’era il figlio Antonio
«L’ho fatto per il bene della famiglia». È la frase pronunciata dall’imputato Adamo Sardella, 57enne, nel processo per l’omicidio della cognata Irene Margherito, sul finire dell’udienza di ieri, mentre sul banco dei testimoni c’era il figlio Antonio. Una frase che sembrerebbe giustificare l’assassinio della donna avvenuto in un clima di odio familiare che affonda le radici in vecchi rancori e dissapori.
E proprio «odio» è stata la parola più volte pronunciata da Antonio Sardella riferendosi al sentimento che avrebbe provato il padre Adamo nei confronti di Irene, «bello mio, era arrivato al punto, era esasperato. Ma non era andato con l’intenzione di uccidere».
Poi il Presidente Saso ha ricordato all’imputato, relegato nella cella dell’aula, che potrà testimoniare quando sarà il proprio turno. Ed è dalla deposizione di Antonio a emergere che i motivi alla base dell’omicidio non sarebbero futili. Anzi, potrebbe quasi parlarsi di provocazione per accumulo, utile agli avvocati della difesa di Sardella, Vito Epifani e Giacinto Epifani.
Sottoposto alle domande del pm Mauron Gallone, delle avvocate Rosanna Saracino, Simona Ermanno, Rosanna Raimo e Chiara Dadamo, nonché del Presidente Maurizio Saso, Antonio Sardella ha raccontato di un episodio risalente agli anni ‘90. «Mio padre lasciò il lavoro perché lo zio gli aveva detto di raggiungerli a Bologna per entrare nella società di famiglia nel settore edile. Mentre gli altri erano soci (Irene e il marito Lino fratello di Adamo) e prendevano utili, mio padre doveva essere l’operaio». Dunque, l’odio poteva nascere da quest’episodio. E poi da tanti altri, accumulati negli anni successivi, che ha raccontato il figlio dell’unico imputato. «Irene metteva zizzanie tra la famiglia mia e quella sua (si erano create due fazioni, ndr). Cacciava spesso di casa Natalia (la figlia) che accoglieva poi mio padre a casa sua. Cacciava e litigava col figlio Alessandro: lo insultava, lo giudicava sempre. E mio padre, prima che si sposasse, si prendeva pure lui a casa. E poi gli faceva i post su Facebook e tutti leggevano. E io a casa mia volevo pace e glielo dicevo». Fu Antonio a trovare la pistola con cui il padre sparò un unico colpo a Irene Margherito e la consegnò al vice questore Giuseppe Massaro del commissariato di Mesagne che svolgeva l’attività d’indagine.
Ma prima di Antonio, sul banco dei testimoni, era salita Anna Maria, sorella più grande di Irene e Giuseppina, detta Giusy, madre di Antonio. Perché non si dimentichi, due sorelle (Irene e Giuseppina) hanno sposato due fratelli, Adamo e Natale, detto Lino – poi deceduto per una malattia nel 2011. «Me l’hanno tolta per sempre. Non si spara alla testa mia sorella e là sono tutti complici» dice Anna Maria puntando il dito contro Giusy. Perché secondo la testimone «lei è la mente di tutto. E Antonio e Adamo sono il braccio. Ho cresciuto Irene come una figlia, sono dieci anni più grande di lei e Giusy è sempre stata malata di gelosia e invidiosa. Irene era buona e brava, ha anche donato gli organi quando è morta». Anna Maria ha spiegato che «dove c’era lei (Giusy, ndr), c’erano casini». «Crescendo, l’ho sempre tenuta lontana. Io e Irene ci vedevamo di nascosto perché lei non voleva. Irene mi condivideva tutti i messaggi, le minacce e i vocali che Giusy mandava a lei, a Natalia (la figlia di Irene, ndr) e a Mirko (marito di Natalia)». E ancora: «Giuseppina è una manipolatrice: non va bene se non fai le cose come dice lei. Lei ha combinato tutto questo casino. L’avranno sulla coscienza». L’udienza è stata aggiornata al 10 marzo 2026.