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Barletta

Killer pescheria incastrato
da due pentiti e un falso alibi

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GIANPAOLO BALSAMO

BARLETTA - Un filmato, le dichiarazioni rese da due testimoni di giustizia ed un falso alibi. È toccato alle certosine indagini condotte dai «detective» del Nucleo operativo della Compagnia di Barletta far collimare i vari elementi probatori, pesanti come un macigno, che l’altra mattina, hanno spedito dietro le sbarre il 41enne Antonio Rizzi (originario di Barletta ma da tempo residente a Trani), ritenuto responsabile dell'omicidio di Francesco Di Leo, avvenuto all'alba del 3 luglio 2016 in piazza Marina all'interno di una rivendita di prodotti ittici cogestita dal 57enne Ruggiero Lattanzio, detto «Rino non lo so», un personaggio noto della malavita barlettana.

Rizzi è stato arrestato dai carabinieri dell’aliquota Operativa della Compagnia di Barletta in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alessandra Susca su richiesta del pm della Procura presso la Direzione distrettuale antimafia di Bari, Giuseppe Maralfa.

Altrettanto pesanti sono le accuse che gravano ora sul suo conto: oltre all’omicidio premeditato di Francesco Di Leo, al 41enne tranese è stata contestata anche la detenzione e il porto illegale di un fucile e di una pistola cal. 7,65 e la ricettazione di una Fiat «Punto» grigia (utilizzata quella mattina per compiere l’agguato e guidata da un complice in via di identificazione), risultata rubata il giorno prima a Bisceglie.

I FILMATI - Fondamentale è stata la visione dei filmati acquisiti dai carabinieri dall’impianto di videosorveglianza presente sia all’interno che all’esterno della rivendita di prodotti ittici: la Fiat «Punto» sopraggiungeva intorno alle 7.20 in piazza Marina. Dal lato passeggero scendeva un individuo con il volto travisato da un fazzoletto e armato di fucile. Inizialmente si dirigeva verso una rivendita di ghiaccio adiacente al locale di Lattanzio. Resosi conto di aver sbagliato destinazione, probabilmente perché richiamato dal conducente della «Punto» rimasto nel frattempo in auto, il killer cambiava repentinamente obiettivo dirigendosi verso la vicina rivendita di prodotti ittici. Mentre percorreva pochi metri, si avvedeva che il fucile si era inceppato e, pertanto, tornava verso la vettura, prelevava una pistola di piccole dimensioni e, tenendo nella mano sinistra il fucile e nella destra la pistola, si avvicinava alla porta d’ingresso della pescheria. A quel punto, senza badare a chi fosse presente all’interno e all’identità del suo obiettivo, esplodeva diversi colpi di pistola (cinque furono i bossoli repertati) ad altezza d’uomo, tre dei quali raggiungevano Francesco Di Leo. A seguito di quelle pistolettate, Di Leo (che svolgeva l’attività di venditore di mitili a San Ferdinando dove risiedeva) morì poco dopo in ospedale. Gli investigatori subito giunti sul luogo, intuivano che il reale obiettivo dell’azione di fuoco sarebbe stato Ruggiero Lattanzio anche se quest’ultimo non si trovava nella pescheria al momento del fatto.

Le prime indagini condotte dai carabinieri dell’aliquota Operativa della Compagnia di Barletta, si concentrarono immediatamente, in considerazione delle caratteristiche antropometriche dello sparatore, nei confronti del 41enne tranese, già con precedenti in materia di stupefacenti, di armi e di reati contro il patrimonio.

Gli stessi carabinieri barlettani appuravano quindi che, proprio il giorno prima dell’agguato, tra Ruggiero Lattanzio e due soggetti di Trani facenti capo allo stesso Rizzi (e soci con lui della pescheria “La Perla dell’Adriatico” di Trani), era avvenuta una violenta lite scaturita dal fatto che Rizzi intendeva acquisire il controllo del mercato del pesce nella zona, monopolizzando l’acquisto dei frutti di mare a Barletta. In quella circostanza gli uomini del Rizzi furono malmenati dal Lattanzio. Proprio quelle percosse avrebbero costituito il movente per l’azione vendicativa da parte del 41enne.

I COLLABORATORI - Ad aggravare la posizione di Antonio Rizzi, come detto, sono state anche le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che lo indicavano come autore dell’omicidio del Di Leo. Entrambi, infatti, avrebbero riferito di aver appreso il fatto, più o meno esplicitamente, dallo stesso presunto killer. Uno dei due collaboratori, addirittura, dopo aver visto su YouTube il video registrato dal circuito di videosorveglianza della pescheria dove avvenne il grave fatto di sangue, riconobbe subito l’autore in Antonio Rizzi: «Ha un modo tutto suo di camminare». Tempo dopo, avrebbe incontrato per caso lo steso Rizzi e gli avrebbe detto: «Sei venuto bene nel video!». Rizzi avrebbe soltanto sorriso ,lasciando comprendere di aver compreso perfettamente a quale video si riferisse.

L’altro collaboratore, invece, avrebbe raccontato ai carabinieri di aver raccolto dallo stesso Rizzi la confessione dell’agguato ed il movente: «Io non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno», «Posso andare dove voglio a comprare partire di frutti di mare», avrebbe detto il Rizzi al suo amico, poi diventato collaboratore di giustizia.

IL FALSO ALIBI - In realtà Antonio Rizzi è stato da subito consapevole di essere sospettato dell’omicidio del Di Leo visto che, già il giorno dopo, fu eseguita una perquisizione domiciliare nei suoi confronti. Subito dopo gli veniva notificata la richiesta di incidente probatorio, a seguito della quale spuntavano le dichiarazioni di due condomini (che abitano nello stesso stabile di Rizzi) secondo le quali l’indagato, al momento del fatto, si sarebbe trovato altrove, «in un luogo del tutto lontano e diverso da quello teatro del reato».

Nel prosieguo delle indagini, invece, si accertava che le dichiarazioni non consentivano affatto di escludere la responsabilità del Rizzi. Non solo. Il riferimento dell’orario, insolitamente preciso (le 7.20-7.25) sarebbe stato suggerito dallo stesso Rizzi ai due condomini. Gli stessi testimoni, molto precisi nel ricordare l’orario in cui avrebbero visto il Rizzi, non erano in grado invece di ricordare come fosse vestito il carabiniere che, qualche minuto prima, li aveva accompagnati in caserma. Questa «anomalia» fece subito sospettare gli investigatori che, pertanto, hanno smontato l’alibi del killer.

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