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Caporalato, chiesti 6 giudizi
per caso di Paola Clemente

Nessuno degli imputati è accusato di omicidio colposo, in quanto l’autopsia accertò una sofferenza da «ipertensione e familiarità alla cardiopatia ischemica»

Andria, caporalato e agenzie interinali: 6 arresti per morte di Paola

ANTONELLO NORSCIA

TRANI - Il sostituto procuratore Alessandro Donato Pesce ha chiesto 6 rinvii a giudizio nell'ambito delle indagini sulla morte della bracciante tarantina Paola Clemente, stroncata da un malore nell'estate del 2015 nelle campagne andriesi. Nessuno degli imputati è accusato di omicidio colposo, in quanto l’autopsia accertò una sofferenza da «ipertensione e familiarità alla cardiopatia ischemica». La morte di Paola Clemente, stroncata da un infarto, non fu, dunque, ritenuta diretta conseguenza degli illeciti che nell’estate 2015 avrebbero comunque commesso a vario titolo i 6 imputati nel reclutare e gestire numerosi braccianti occupati nei campi della Bat. Tutti sono accusati di concorso in truffa. A 5 di loro il pm Pesce contesta anche l’accusa di concorso in intermediazione illecita e sfruttamento di lavoro.

Per effetto della richiesta di rinvio a giudizio, davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Trani compariranno Pietro Bello, 52 anni, di Conversano, direttore della divisione agricoltura dell’agenzia Infor Group di Noicattaro, Oronzo Catacchio, 47enne di Bari e Gianpietro Marinaro, 29enne di San Giorgio Jonico, gestori dell’agenzia di lavoro, Ciro Grassi, 43enne di Monteiasi, titolare della ditta che trasportava i braccianti nei campi, sua cognata Giovanna Marinaro, 47enne di Monteiasi che, insieme a Grassi, «sarebbe stata capace di mobilitare centinaia di braccianti», Maria Lucia Marinaro, 39enne di Monteiasi, moglie di Grassi, accusata solo di truffa. 

Secondo la Procura di Trani, in provincia di Taranto sarebbero stati reclutati numerosi braccianti per lavorare a giornata in aziende agricole e campi della provincia Barletta-Andria-Trani. Sarebbero stati sfruttati, minacciati ed intimiditi, prospettando loro di non esser più chiamati «in caso di ribellione e non accettazione delle condizioni di sfruttamento»: avrebbero insomma approfittato del loro stato di bisogno, al cospetto di una «scarsa offerta di lavoro alternativo». In prevalenza parliamo di donne, che in quel lavoro di fatica e sudore vedevano l’unica fonte di reddito familiare. Paghe di pochi euro all’ora nonostante si spaccassero la schiena sotto il sole mentre i documenti avrebbero raccontato tutt’altro. 

Secondo quanto ricostruirono le indagini, Grassi e Giovanna Marinaro «rappresentano il necessario interfaccia fra la forza lavoro da reclutare e l’adempimento delle pratiche burocratiche legate alla corretta instaurazione del rapporto di lavoro successivamente curato dall’agenzia di lavoro. Costoro - secondo il capo d’accusa - reclutano la forza lavoro da assumere, direttamente o tramite una ramificata rete di cosiddetti caposquadra. Successivamente acquisiscono dai lavoratori i documenti necessari per l’assunzione che veicolano alla agenzia Infor Group. Infine si recano unitamente ai braccianti sui luoghi di lavoro ove li sorvegliano anche per andare in bagno e li redarguiscono se non lavorano correttamente». Per la Procura sarebbe stato «elaborato un sofisticato meccanismo che consente l’offerta di manodopera ad un costo competitivo poiché i braccianti vengono sistematicamente sottopagati rispetto a quanto previsto dalla contrattazione collettiva».

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