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In Puglia e Basilicata

La storia

Quel gesuita di Spinazzola che portò il Vangelo in Cina

Quel gesuita di Spinazzola che portò il Vangelo in Cina

L'arrivo in Cina di Ruggieri

Michele Ruggieri creò il primo centro cattolico durante l’Impero dei Ming . Pittella, soprintendente archivistico : «Nel XVI secolo aprì la strada alle relazioni tra Puglia e Oriente». Domani alle 11 seminario online

12 Giugno 2022

Annabella De Robertis

Nella storia della Cina c’è una vicenda che riguarda la Puglia, anzi un pugliese: Michele Ruggieri, un gesuita nato a Spinazzola, che ha l’enorme merito di aver abbattuto il muro che da secoli impediva l’accesso degli occidentali nell’Impero della dinastia Ming. Insieme a Matteo Ricci, Ruggieri ha dato vita nel 1582 al primo insediamento cattolico a Zhaoqing, nel Guangdong. La sua non è stata, però, una semplice operazione di proselitismo in Cina, ma una grande occasione di scambio culturale che aprirà la strada a una lunga stagione di fruttuosi contatti tra l’Europa e l’Estremo Oriente. Approfondiamo la vicenda storica con il soprintendente archivistico e bibliografico della Puglia, Raffaele Pittella. Domani sarà lui a introdurre un seminario online sul tema.

Nell’incontro sarà ripercorso il cammino di un pugliese quasi del tutto sconosciuto, tra i primi a costruire un ponte tra la cultura occidentale e quella cinese.

«Pochissimi pugliesi conoscono Michele Ruggieri; forse solo nella sua città natale, Spinazzola, viene rinnovata, sporadicamente, la sua memoria. Spesso, quando si fa storia a livello locale, si tende a privilegiare le vicende interne, ma la Puglia è fatta anche di pugliesi che vanno fuori. È importante che il territorio si riappropri di questo pezzo di storia delle relazioni internazionali: la Puglia ha guardato sempre all’Oriente, in questo caso persino alla parte più estrema del continente asiatico».

La riscoperta del gesuita di Spinazzola è avvenuta grazie a un ritrovamento archivistico. Ancora una volta sono le carte a svelare aspetti inediti non solo di una biografia, ma anche dei rapporti tra due paesi molto distanti.

«L’esplorazione condotta da Ruggieri in Cina ha prodotto quello che è considerato il più antico ed accurato lavoro cartografico compiuto da un occidentale nel Celeste Impero. Nel suo Atlante, purtroppo incompleto, Ruggieri è attento a descrivere non solo elementi geografici, ma anche economici: sembra fosse intenzionato a realizzare uno strumento di conoscenza politica di quel luogo. Ci saremmo aspettati di rinvenire queste carte nell’Archivio dei Gesuiti. E invece, anche i documenti hanno una propria storia e compiono strani viaggi».

È l’aspetto più affascinante degli archivi. Cosa è accaduto all’Atlante di Ruggieri?

«Dopo l’Unità d’Italia, con la soppressione degli ordini religiosi, l’Archivio gesuitico confluisce nell’Archivio di Stato di Roma. Nel 1924 – forse anche per l’intervento di padre Tacchi Venturi, che era il confessore di Mussolini – le carte tornano alla Compagnia: tutte, tranne questi pezzi unici. Gli archivisti romani individuano il materiale cartografico – che probabilmente apparteneva al Museo del gesuita Athanasius Kircher, allestito nel Collegio Romano tra il 1651 e il 1652 – e lo occultano nella biblioteca dell’Archivio di Stato di Roma».

Le carte sono, quindi, rimaste lì finché non le avete riscoperte ed esposte nella mostra organizzata nel 2012 presso l’Archivio di Stato di Roma?

«È stata un’importante operazione di valorizzazione culturale e di cooperazione internazionale, che ho condotto insieme a Eugenio Lo Sardo e Antonella Parisi, in collaborazione con il Museo di Macao: non è stato facile dialogare su questi temi con un mondo culturale così lontano da noi. Abbiamo in qualche misura ricalcato le orme di Ruggieri, avviando un dialogo con studiosi ed esperti che operano dall’altra parte del mondo».

Un po’ quello che accadrà domani, nel seminario che la Soprintendenza ha organizzato.

«Siamo riusciti questa volta a coinvolgere i rappresentanti del nostro Paese in Cina, il console generale d’Italia ad Hong Kong e il Direttore dell’Istituto italiano di cultura di Pechino. Fondamentale è stato l’apporto della Regione, che molto si sta impegnando per innalzare il profilo culturale della Puglia».

Considerando le sue origini lucane, l’incarico che da alcuni mesi ricopre in Puglia e quello che svolge «ad interim» anche in Basilicata, dopo tanti anni di lavoro da archivista e studioso a Roma, hanno significato per lei una sorta di ritorno a casa. In che stato vede la cultura in queste due regioni?

«C’è una realtà molto vivace in Puglia, anche dal punto di vista istituzionale. Si sta lavorando moltissimo per far arrivare ai cittadini questo messaggio: la storia della Puglia può essere un elemento attrattore per alimentare forme alternative di turismo. La Soprintendenza collabora attivamente con gli enti locali, con le fondazioni e le associazioni private: per me è importante coniugare conservazione, tutela e valorizzazione. Dico spesso che non parto dall’anno zero, perché mi appoggio ad una lunga tradizione di studi e di ricerche: cerco, però, di apportare una visione nuova, alla luce delle mie esperienze professionali. Anche in Basilicata c’è molto fermento: a breve organizzeremo un’iniziativa a Tricarico, un luogo dalla particolare e interessantissima sedimentazione archivistica».

Ha parlato di tutela e di valorizzazione. Sono queste le parole chiave del suo lavoro?

«Il ruolo della Soprintendenza, a mio avviso, è quello di sensibilizzare ad una cultura archivistica e bibliografica diffusa, affiancando e guidando gli enti pubblici territoriali e i privati. Con la valorizzazione dei suoi beni, la Soprintendenza si pone al servizio della regione, contribuendo a potenziare l’immagine della Puglia come luogo di una cultura e di una storia non relegate ai confini geografici. Una storia che guarda anche fuori, anche molto lontano, come la vicenda di Ruggieri dimostra».

Gli archivi, dunque, sono una risorsa preziosa per il territorio?

«L’archivio è un bene di tutti, uno strumento di democrazia, di sapere trasparente, il luogo in cui si sedimenta la memoria di una comunità, di una società, nel bene e nel male. L’archivio è un bene culturale, che, lungi dall’essere un peso economico, arricchisce la nostra democrazia, fa bene alla nostra memoria, è uno specchio in cui riflettersi per capire il presente e progettare il futuro».

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