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matrimoni in crisi

Divorzi, Trani
primeggia nella Bat

È davanti a Bisceglie nella particolare classifica delle coppie che «scoppiano»

Divorzi, Trani primeggia nella Bat

Lucia de mari

TRANI - Primeggia Trani, in cima alla classifica. Bisceglie questa volta è alle spalle, di un soffio. Si fa largo S. Ferdinando, sul terzo gradino del podio. Scalpita Spinazzola. Barletta fa finta di nulla. Andria è ultima. Coppie che s…coppiano nella sesta provincia pugliese: parliamo della classifica sui tassi di divorzio nel nostro territorio, secondo il rapporto Istat che mappa l'Italia dei divorzi nel 2017 (ripresi dal quotidiano Il Sole 24 ore in una infografica).

Ecco la lista dei 10 Comuni della provincia Bat, con le percentuali di divorzi registrati nel 2017: Andria 1.38%, Trinitapoli 1.79%, Margherita di Savoia 1.85%, Minervino 1.99%, Canosa 2.02%, Barletta 2.08%, Spinazzola 2.30%, S. Ferdinando 2.33%, Bisceglie 2.65%, Trani 2.97%. Per una comparazione un po’ più allargata, diciamo anche che in cima alla classifica regionale c’è Bari con il 4.44%, mentre altri Comuni confinanti con la nostra provincia hanno queste percentuali: Molfetta 2.96%, Corato 2.30%, Ruvo 1.57%. A Trani, dunque le coppie sono meno felici? O, al contrario, la famiglia regge meglio ad Andria? I numeri di certo offrono una fotografia parziale della situazione, e non entrano nel merito di una serie di (numerosissimi) fattori che determinano certe scelte.

STORIA E DATI Dal dicembre 1970, anno in cui uno storico referendum introdusse il divorzio in Italia, i numeri delle coppie che hanno deciso di lasciarsi dopo il matrimonio sono senza dubbio cresciuti in progressione geometrica. Secondo i dati Istat relativi al 2017 il tasso di divorzio si attesta in media sul 5.1% e presenta tuttavia forti differenze regionali.

Intanto è bene sottolineare che se aumentano i divorzi in tutto il Paese seppur con una lieve flessione percentuale negli ultimissimi tempi è, anche, l’effetto della legge 55 del 2015, che ha introdotto il così detto “divorzio breve”. Con questa legge, infatti, è stato considerevolmente ridotto il tempo che deve passare dopo la separazione per poter chiedere il divorzio: 12 mesi dall’udienza presidenziale, nei casi di separazione giudiziale, e soli 6 mesi nei casi di separazioni concluse con un accordo consensuale. Una rivoluzione se solo si pensa che fino al 1987 ci volevano 5 anni e poi, a seguito di una prima riforma, 3 anni. Come correttamente ha osservato l’avv. Gian Ettore Gassani, Presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani (AMI – www.ami-avvocati.it) “sarebbe stato più giusto per le coppie che non hanno davvero più nulla da dirsi, sono senza figli da mantenere e non hanno patrimoni da spartire, consentire il divorzio diretto” (cit. “Vi Dichiaro Divorziati – Come cambia il matrimonio in Italia”, Imprimatur), tra l’altro come accade in gran parte del mondo, così da evitare inutili costi, liti e ripetizioni.

IL PARERE DELL’ESPERTO “Occorre evidenziare – dice in proposito l’avv. Luca Volpe, responsabile giovAmi (sezione giovanile dell’Ami) - che in questo Paese alle riforme giuridiche quasi mai equivalgono riforme culturali. Ed è così, che ancora oggi il divorzio, specialmente al sud, è visto con un certo pregiudizio. Spesso nei propri studi legali, veri e propri Pronto Soccorso che accolgono i feriti di una società che sembra allo sbando, in assenza di valori importanti di riferimento, tocca ascoltare storie di rinunce alla tutela dei propri diritti. Rinunce fatte perché impossibilitati economicamente, rinunce fatte perché, magari donne, si vive in un background socio-culturale che non accetta che una donna possa tornare ad essere libera dal marito. Sono solo alcuni degli esempi possibili per tentare di spiegare che la diffusione dei diritti dovrebbe avvenire anche (soprattutto?) sotto il profilo culturale“.

LA SITUAZIONE Se questa, a grandi linee, è la situazione generale, si nota che i dati della incidenza dei divorzi, in Italia, sul numero dei matrimoni (il così detto “tasso di divorzio”) è a macchia di leopardo e segna notevoli distinzioni tra le varie zone del Paese: “È evidente, guardando ai dati Istat del 2017, che c’è un numero maggiore di divorzi al Nord piuttosto che al Sud. Addirittura in Piemonte o nel Triveneto il tasso di divorzio arriva anche a superare la soglia del 20%. Nella Bat, per far l’esempio più vicino a noi, invece la media è “solo” del 2.5 %. Svetta Trani con un tasso di circa il 3 %, fanalino di coda Andria con l’1.38 %.

QUALI I MOTIVI? Sicuramente il fatto che la Bat sia tra le province più povere e con il maggior tasso di disoccupazione del Paese influisce pesantemente sul dato. Le separazioni e, soprattutto, i divorzi sono infatti principalmente un costo per i coniugi. Sono, infatti, una duplicazione, rispetto alla vita matrimoniale delle spese per la casa, per le bollette, e quant’altro. Sono, poi, ulteriori spese per tutti coloro che pur non vivendo una situazione agiata non rientrano comunque nei limiti per ottenere il gratuito patrocinio a spese dello Stato, ovvero, la gratuità totale del procedimento di separazione e/o divorzio. Per esperienza personale posso, poi, rilevare che l’incidenza del fattore “culturale” nel nostro territorio è ancora molto forte. Spesso, ancora troppo spesso, ci si trova di fronte a coniugi che temono di essere giudicati negativamente da amici e, soprattutto, parenti che, a loro dire, potrebbero imputargli di non essere stati in grado di tenere unita la famiglia o, peggio, di avere velleità di eccessiva libertà. Ho potuto notare che le Donne in queste dinamiche sociali pare ne escano maggiormente penalizzate anche perché, ancora oggi, poco inserite nel tessuto sociale, lavorativo, economico. Solitamente a pagare tutto ciò sono, quando ci sono, i figli più piccini che, da quanto ho imparato dall’esperienza quotidiana sul campo, non vogliono genitori sposati, separati o divorziati ma solo genitori felici che sappiano regalare loro momenti di sana genitorialità”.

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