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Il caso di un 47enne

«Sei mafioso? Niente cure»
Bari, Inps blocca l'assegno

«Sei mafioso? Niente cure»Bari, Inps blocca l'assegno

«Il pagamento della sua pensione è stato sospeso in applicazione dell’articolo 2 comma 58 63 della legge 92/2012». Questa è la fredda lingua della burocrazia. Dagli inizi di maggio C.I. è rimasto senza soldi, 800 euro, tra pensione e accompagnamento, che l’Inps gli elargisce in quanto malato di Aids. Nessuna comunicazione ufficiale: se n’è accorto perché non ha trovato i soldi sul conto. Quindi è cominciata la disperata richiesta di chiarimenti.

Provando a tradurre la telegrafica, oscura comunicazione di tre righe, si legge in sostanza: siccome sei mafioso, lo Stato non ti dà più niente. Sì, perché C.I. sconta una lunga detenzione per associazione di stampo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Nome altisonante della criminalità organizzata barese degli anni Duemila, l’Hiv lo contrasse a 17 anni, utilizzando una siringa usata. «Erano altri tempi, non si sapeva nulla della malattia», commenta. Di fatto, nella spirale del crimine si è immerso fino alla testa. Nel 2008 gli viene contestato anche un omicidio, poi verrà assolto.

La sospensione dell’assegno da parte dell’Inps introduce qualche riflessione. Ma se sei mafioso, se sei condannato per qualsiasi tipo di reato più o meno grave, si azzera il tuo diritto alla salute? C.I. in carcere non può stare: medici e giudici hanno sentenziato che le sue precarie condizioni fisiche non sono compatibili con la detenzione carceraria. Dal 2010 la condanna la sconta a casa, prima in un’abitazione in fitto di Bisceglie ora a Santo Spirito.

L’Aids sta lentamente impadronendosi del suo corpo. Prima una neuropatia cronica, poi l’incontinenza quotidiana, poi la forza della gambe che va affievolendosi ogni giorno. L’Inps di Andria gli riconosce un livello tale di invalidità da concedergli l’accompagnamento che se ne va tra sedia a rotelle, girello, farmaci, pannoloni e fisioterapista.

Da oltre due settimane, tuttavia, l’assegno è stato sospeso. «Eppure tutto questo mi è stato dato che ero già stato condannato: lo scoprono oggi che sono mafioso? Che poi mi sono dissociato da anni. Mi volevano far pentire, hanno fatto di tutto per farmi collaborare ma io non sono quel genere di persona. Oggi faccio la mia vita, sperando di guadagnare quanto più tempo possibile. Il medico mi ha detto che ci sono nuovi farmaci per l’Hiv. “Non voglio illuderti - mi ha detto - ma ci sono speranze”».

Oltre la burocrazia, poi, ci sono le persone. C.I. ha impiegato una decina di giorni prima di riuscire a capire cosa fosse successo. Nella sede Inps di Andria è stata una collezione di porte in faccia e telefoni sbattuti. Fino a una funzionaria piena di umanità che dopo aver studiato l’intera pratica, ha detto al telefono: «Non possono bloccarle tutto così. Passi la pensione, ma l’accompagnamento....». Il passo successivo (norme e regolamenti alla mano): bisognerà tornare fisicamente negli uffici Inps di Andria (non sarà C.I. ad andarci, ovviamente, ma qualcuno la sua delega) e depositare un nuovo certificato rilasciato dalla Procura Generale che riepiloghi la situazione giudiziaria di C.I..

«Non mi vergogno di dire che ho l’Aids, che devo fare fisioterapia in continuazione se no perdo totalmente l’uso delle gambe. Non mi vergogno di dire che prendo 40 pillole al giorno, che spacciavo droga, che ho sbagliato tutto. Ma qualcuno deve spiegarmi perché non ho il diritto di essere curato. Perché a me non viene riconosciuta la possibilità di vivere gli ultimi anni in pace?». (c.f.)

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