Frangiflutti e mattonelle da polvere e graniglia di gusci di cozze. L’innovativo processo che consente di trasformare rifiuti difficili e costosi da smaltire, come sono i carbonati di calcio non biodegradabili principale scarto della miticoltura, in manufatti prodotti su scala industriale non solo permette di creare nuove materie prime secondarie dall’impiego polivalente, ma anche di risolvere il problema dell’insabbiamento dei porti recuperando i sedimenti marini all’interno di speciali miscele costruttive.
Claudia Vitone, ordinario di Geotecnica al Dicatech del Politecnico di Bari e responsabile scientifica del progetto europeo GreenLife4Seas ci spiega come promettenti risultati tecnico-scientifici ottenuti in laboratorio si siano tradotti in prototipi industriali, come stia nascendo una filiera per la produzione di nuovi materiali da costruzione e si stia avviando la sperimentazione nei porti di Bari e Barletta, partner del progetto quinquennale da 4 milioni di euro. Alle spalle oltre 10 anni di studi, brevetti in India e Usa, e studi che vanno dal Sincrotone Europeo di Grenoble ai centri di ricerca in Francia, Spagna, Germania.
A che punto è il progetto avviato nel 2023?
«Stiamo mettendo a punto prodotti realizzati con polvere di gusci di mitili con un processo termomeccanico basato su un brevetto sviluppato con Eth di Zurigo. Inoltre stiamo testando miscele composte da sedimenti marini prelevati dai 4 porti del progetto (Bari, Barletta, La Spezia e Pireo in Grecia) e un legante che contiene percentuali ridotte di cemento, proprio perché sostituito da questa polvere di gusci, e da inerti a loro volta parzialmente sostituiti dalla graniglia di gusci. Abbiamo realizzato prototipi di pavimento da esterno in scala 1:1 e frangifrutti in scala ridotta, li stiamo testando meccanicamente per verificarne la resistenza e renderli sempre più performanti».
Nel frattempo le aziende si stanno attrezzando.
«Proprio in questi giorni è stato autorizzato un impianto fisso a Bitonto per produrre in scala industriale polvere e graniglia di gusci. In Veneto invece si sta realizzando un impianto mobile. Non appena autorizzato, verrà in Puglia e usando i sedimenti non contaminati prelevati dai porti di Barletta e Bari realizzerà, sulla base delle miscele sviluppate in laboratorio, pavimenti e frangiflutti e li poserà in opera. Una parte del progetto in capo ai Cnr di Pisa e Taranto si è occupata di decontaminare, con un processo di bioremediation a base di batteri, i sedimenti da aggiungere alle miscele. Nel frattempo, Amiu e Guardia costiera ci stanno aiutando a costruire una filiera di raccolta dei gusci di mitili perché l’obiettivo è creare un processo virtuoso di supply chain. Ci piacerebbe che il progetto lasciasse una filiera strutturata. Anche perché le applicazioni sono molteplici dai sottofondi stradali alle piste ciclabili, dalle fioriere ai blocchi di pavimentazione».
L’idea è smaltire e al contempo riutilizzare i gusci.
«Oggi chi produce questo scarto lo smaltisce a pagamento con aziende che trasportano e conferiscono in discarica. In una fase avanzata del progetto, non solo non dovranno più pagare ma potranno usare gli scarti dell’itticoltura come fonte di reddito. In teoria, il prodotto potrebbe avere un mercato come la loppa d’altoforno che viene venduta dalle acciaierie perché utilizzata nei cementi. Teoricamente (risolvendo una serie di policy conflict e avviando un cambiamento normativo posto che oggi parliamo di rifiuti e non di scarti di lavorazione) si potrebbero addirittura coltivare i mitili per il loro guscio che ha un valore in sé perché è un carbonato di calcio biogenico con una struttura reattiva molto particolare che si può usare, ad esempio, come assorbente nella decontaminazione di metalli pesanti o come nutriente in agricoltura».
Stessa cosa con i sedimentiche da noi stanno insabbiando molti porticcioli e che in Ue sono un problema da milioni di mc ogni anno.
«Premesso che come per i gusci vanno cambiate le normative, è materiale che oggi finisce in discarica o che viene usato per i ripascimenti con non pochi problemi di compatibilità ambientale. Ma questi geomateriali dalle moltissime applicazioni, potrebbero essere una risorsa. Torre a Mare, per esempio, ha tanti sedimenti poco contaminati che potrebbero essere tranquillamente riutilizzati per gli ambienti del porto, se trattati. Oggi sono un grosso problema perché non si sa dove metterli e perché costa dragare. Ma domani si potrebbero persino rivendere i prodotti realizzati con i sedimenti del porto».















