Non c’erano indizi sufficienti per disporre l’arresto di Tommaso Minervini, il sindaco di Molfetta finito ai domiciliari il 6 giugno 2025 e poi decaduto a seguito delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (Sesta sezione, presidente Fidelbo), che stasera 14 gennaio ha annullato senza rinvio (per quanto riguarda il solo Minervini) l’ordinanza del gip di Trani in cui erano contestate a sette persone - a vario titolo e secondo le rispettive responsabilità - i reati di corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione relativi ad appalti pubblici concessi - secondo l’accusa - in cambio di favori elettorali.
I domiciliari erano poi stati sostituiti dal Tribunale del Riesame con il divieto di avvicinamento agli uffici del Comune. La misura cautelare è decaduta a ottobre 2025, a seguito dello scioglimento del Comune per dimissioni della maggioranza del Consiglio. Il ricorso di Minervini (avvocati Mario Malcangi e Tommaso Poli) che formalmente impugnava l'ordinanza del Riesame era dunque motivato con la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione: la Procura generale ne aveva chiesto il rigetto tranne che per un capo di imputazione (quello relativo alla nomina dei consulenti per la vicenda un appalto del porto).
In attesa delle motivazioni della decisione, si può solo ipotizzare che la Cassazione abbia ritenuto non sufficienti gli indizi posti a base della misura: Minervini era stato sottoposto a interrogatorio preventivo, nel corso del quale il 70enne primo cittadino si era difeso per otto ore negando le accuse e anzi spiegando che le sue erano «scelte politiche» fatte «per il bene della città».















