Dal 1988 a oggi tanti dubbi sull’omicidio di Cataldo Stasi e Umberto Erriu. Per il duplice omicidio furono condannati i tre fratelli Savi, per due crimini riconducibili alla Banda dell’Uno Bianca. Ma c’è qualche particolare rimasto irrisolto sul quale le indagini non hanno fatto luce. L’Associazione dei parenti delle vittime della Uno Bianca ha fatto riaprire le indagini, presentando un esposto in cui si ipotizzano complicità a livelli istituzionali, a partire dai servizi segreti.
Cataldo Stasi ed Umberto Erriu, due giovani militari dell’Arma, furono trucidati la sera del 20 aprile del 1988 a Castel Maggiore nei pressi del supermercato Coop. Secondo l’ordine di servizio di quel 20 aprile, entrambi i carabinieri, dipendenti dalla stazione di Castel Maggiore, avevano già fatto il turno dalle 9.15 alle 13.15 ma fu assegnato loro anche quello dalle 21.15 alle 24.00.
A Stasi la città di Ruvo ha intitolato la Caserma dei Carabinieri. Un omaggio che consente di tenere vivo il ricordo, ma che non sopperisce alle ferite procurate: «Perché il cambio di turno quella sera? E perché proprio Umberto e mio fratello Dino? Chi fece quella telefonata? Perché li hanno mandati a morire?». A parlare è Michele Stasi, fratello maggiore di Cataldo che ai tempi era poliziotto a Bologna, come gli assassini della banda della Uno Bianca. «All’epoca prestavo servizio all’autocentro di polizia. Dino passò a trovarmi, come faceva sempre, per prendere i vestiti puliti, lavati da mia mamma, che io gli riportavo a Bologna. Ma quel giorno era diverso. Non era in sé. Entrò nella stanza in silenzio, ricordo che gli chiesi: “Perché vai di fretta? Accendi la luce”. Disse: “No Michè, devo andare che mi hanno rimesso di servizio, dalle 20 alle 24. Non toccava a me, e invece…” Era arrabbiatissimo. Mio fratello aveva chiesto la licenza per partire la mattina dopo all’alba, doveva portare la fidanzata in Puglia. Perché il cambio all’ultimo minuto? Furono trucidati attorno alle 22. Ed è ormai chiaro che non regge la tesi della rapina al portavalori, dato che il furgone passava tra le 21 e le 21.15. Loro furono inviati lì più tardi. Li hanno mandati a morire, lui e Umberto, su questo non ci sono dubbi. Ma perché? I punti oscuri sono tanti. Qualcuno sapeva e non ha parlato».
Poi il ricordo si fa più intenso: «Mio fratello era dolce, calmo, il piccolino di famiglia. Invece, poco prima di essere ucciso, era malinconico, qualcosa lo tormentava. Un giorno, a marzo, era in Puglia e guardava fuori dalla finestra, mia sorella gli chiese perché fosse triste. “Io sto qua, mentre i miei colleghi stanno lavorando su (a Bologna), al posto mio”, rispose. Lui e Umberto sapevano qualcosa? In seguito emerse che avevano già controllato la Uno Bianca. Forse per questo furono ammazzati, perché avevano visto qualcosa che non avrebbero mai dovuto vedere».
















