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L'ALLARME ECONOMIA

Crisi Sofinter, a Gioia del Colle l’aria è pesante: a rischio 200 posti di lavoro

Crisi Sofinter, l’aria è pesante: a rischio 200 posti di lavoro

Allarme occupazionale alla Sofinter di Gioia del Colle

I sindacati chiedono incontro al Mise per il gruppo gioiese: «Problemi aziendali acuiti dalla pandemia e dall’aumento dei costi delle materie prime»

05 Luglio 2022

Rita Schena

Se cadesse avrebbe la stessa onda d'urto dei 700 esuberi Bosch per Bari. A Gioia del Colle la Sofinter è una realtà che garantisce lavoro a 200 persone, ma da anni soffre tra crisi e un massiccio uso di ammortizzatori sociali. Una situazione insostenibile tanto che Fiom-Cgil e Cisl Fim hanno chiesto un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico. «A seguito di una serie di incontri con l’Ad siamo venuti a conoscenza dei seri problemi economici che sta affrontando il Gruppo – spiegano i sindacati in una nota -. Si sono verificati a causa della pandemia e all’aumento dei costi delle materie prime. Il gruppo Sofinter, sotto articolo 67 legge fallimentare, non ha potuto fruire di nessun finanziamento, ristoro o supporto dello Stato. La situazione attuale è particolarmente critica: i debiti con i fornitori hanno superato i 40 milioni. E le banche, vista la prossima scadenza dell’art. 67, faticano nel proseguire i normali finanziamenti».

Il Gruppo comprende alcune società e marchi storici: AC Boilers, ex Ansaldo Caldaie, con oltre 150 anni di esperienza nella fornitura di impianti di generazione di vapore. Dalla sua fondazione nel 1853, l’azienda si è costantemente impegnata a sviluppare le proprie tecnologie, fornendo impianti in oltre 50 Paesi. Macchi leader mondiale delle caldaie per OIL&GAS, Itea società con una serie di brevetti significativi ritenuti particolarmente importanti anche dalla Golden Power. In tutto, tra lo stabilimento di Gioia, Gallarate (Va) e Porto Marghera (Ve) conta 600 dipendenti. «A Gioia abbiamo lavoro fino al 2023 – spiega Francesco Angelillo, della rsu – e dopo? C'è un’incertezza che toglie il sonno. Anche per questo è stato chiesto l'incontro al Mise. Sono anni che soffriamo, da quando nel 2017 arrivò a tutti la lettera di licenziamento, poi ritirata. Da allora è stato un susseguirsi di ammortizzatori e sacrifici da parte dei lavoratori. Se lo stabilimento di Gioia dovesse chiudere sarebbe un dramma sociale enorme per il territorio».

«Non riusciamo a capire perché un sito produttivo del genere non si sia avviato da tempo sulla strada della transizione. Anche su Gioia si replica quanto sta facendo Bosch a Bari: si ricorre agli ammortizzatori senza innovare – sottolinea Ciro D'Alessio segretario generale Fiom Cgil Bari -. Se si fosse riconvertita da tempo oggi non saremmo a questo punto. Non c'è un assetto chiaro. L'unica certezza è l'insicurezza. Questo abbiamo scritto al Mise per chiedere un incontro. Qualcuno deve dare una rotta – conclude Angelillo -. Perché un gruppo del genere non riesce a presentare un progetto per accedere ai fondi del PNRR? Perché non si innova? Nel 2017 dopo l'arrivo delle lettere di licenziamento, al nostro fianco si compattò tutta la città. Le lettere furono ritirate, sì, ma iniziò il calvario di cassa integrazione e ammortizzatori. Oggi abbiamo bisogno di certezze e le risposte possono arrivare solo se ci si siede attorno al tavolo ministeriale. Tanto più che sembrava ci fosse l'interesse del Gruppo Mutares: ma ha appena acquisito da Siemens una società con sedi in Germania e nei Paesi Bassi, è un nostro competitor».

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