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In Puglia e Basilicata

Il personaggio

Dalla politica al calcio, Antonio Matarrese: «Adesso parlo io»

Dalla politica al calcio, Antonio Matarrese: «Adesso parlo io»

Da Zenga e Cassano ad Emiliano e Decaro. Il racconto di uno dei Kennedy di Puglia

22 Maggio 2022

Roberto Calpista

Antonio Matarrese da Andria, quarto di sei figli di Salvatore, un impero di imprenditori edili. Sposato con Nietta, due figlie, Palma e Floriana. E una vita nel calcio fin dal 1977: presidente del Bari, poi una scalata che lo porta alla presidenza di Lega e della Figc e vicepresidente di Uefa e Fifa. Un rapporto complicato con la città. In questi giorni esce la sua autobiografia: E adesso parlo io - Il viaggio della mia vita tra lavoro, politica e calcio.

Iniziamo dal calcio. È cambiato in meglio o in peggio rispetto ai tempi in cui Roberto Baggio cercò di convertirla al Buddismo?

Se parliamo del calcio inteso come campionato, in particolar modo della massima serie, certo che è cambiato in meglio, perché l’interesse di capitali stranieri dimostra che è sempre più oggetto di attenzioni economiche a livello mondiale. E lo stesso vale nei campionati minori. Se poi andiamo a vedere le Nazionali, allora pesano le amarezze delle due ultime eliminazioni dai Mondiali. Evidentemente c’è una correlazione tra i grandi interessi del campionato, con sempre più calciatori stranieri, e la maglia Azzurra che paga pegno.

Ma è vero che Baggio cercò di convertirla? Immagino suo fratello Vescovo (monsignor Giuseppe Matarrese, vescovo di Frascati dal 1989 al 2009, ndr)…

Baggio era un ragazzo molto a modo. E fu sfacciatamente simpatico quando in occasione di un trasferimento da una città all’altra - ero solito viaggiare con i calciatori - mi disse: «Perché non cambia religione?». E io aivoglia a dire che avevo un fratello Vescovo. «Anche suo fratello può convertirsi al buddismo». Ognuno e rimasto al posto proprio.

Altri due che l’hanno fatta disperare sono stati - racconta - Vialli e Zenga. E con Antonio Cassano che rapporti ha avuto?

L’esperienza che ho vissuto ai tempi di Vialli e Zenga è leggendaria. Walter era un po’ più birichino, ma insieme hanno lasciato un grande segno nel nostro calcio. Cassano era un discolaccio. Mi ricordo quando fu chiamato Conte ad allenare il Bari, era stato un mio calciatore in Nazionale e sono andato a salutarlo negli spogliatoi. Qui incontro per primo Cassano. Premetto che a quel tempo ero presidente della Federazione, temuto e rispettato, non sempre, ma abbastanza. Beh incontro Cassano e lui rivolgendosi ai suoi compagni di squadra fa «da cus non iess nudd», che voleva dire: «Non è lui che paga». Immagino l’imbarazzo degli altri calciatori davanti al Presidente Federale. Gli diedi uno scappellotto e finì così, ma avrei voluto squalificarlo a vita.

Presidente del Bari, della Lega e della Federcalcio. Vicepresidente di Fifa e Uefa. Qual è l’esperienza più bella? Quale il ricordo più nitido?
Non dimenticherò mai quando «nominatomi» presidente del Bari - perché in realtà la società era nostra -, alla prima uscita sul terreno di gioco dello Stadio della Vittoria, con al braccio la signora De Palo, con lo stadio pieno e tutti in piedi, mentre attraversavo il campo, la signora mi disse: «Presidente mi tremano la gambe». E io: «Deve vedere come tremano a me». Un momento indimenticabile, il primo ingresso nello stadio da presidente con la signora De Palo che aveva vissuto tale esperienza con il marito. Con quell’esordio iniziava la storia dei Matarrese. Ricordo poi l’emozione di quando sono stato eletto Vicepresidente Fifa a Zurigo, in un grande salone e con il Presidente, Johansson, che fa: «Più che votarlo, applaudiamolo». Non una cosa da poco, che si unisce poi alla mia elezione il 2 novembre del 1987, in un albergo molto importante di Roma, con il mio carissimo amico Michele Giura che purtroppo non c’è più, scesi nel grande salone tra la gente che applaudiva. Iniziava un’avventura ancor più di alto livello.

Dietro l’apparenza di un combattente, emerge l’affetto per i suoi c.t. che non ha mai avuto il coraggio di mandare via – la prima volta Vicini e l’ultima Sacchi –, per salvare la propria poltrona…
Sì l’esperienza con Vicini è stata molto bella ed è stato un gran dolore dover dire che la Federazione non aveva più bisogno di lui e che dovevamo fare il cambio generazionale con il passaggio a Sacchi. Ad Arrigo l’ho difeso fino in fondo quando abbiamo perso il Campionato del Mondo. Il presidente dell’Uefa mi disse «scarica Sacchi, salvati». Gli risposi: «No, non rientra nella mia etica. Preferisco lasciare», come poi è accaduto. Una cosa molto facile anche perché quando siamo arrivati nel ‘96 all'assemblea che doveva doveva eleggere il mio successore, nessuno raggiunse il quorum. Questo si rifà alle ultime parole che dissi prima di cedere il comando, davanti a Giulivi, Nizzola e Abete: «Ma voi pensate che io possa perdere di fronte a questi tre, portati da me mano a mano nel calcio che conta?». Infatti fu nominato un commissario.

La prima linea del calcio le manca? Chi sono i suoi amici di oggi?
Non si può stare sempre in prima linea perché diventa un po’ monotono, però devo dire che nel cuore degli attuali gestori del calcio italiano e dei tanti personaggi che lavorano nel calcio, non sono stato dimenticato. Sono sempre il presidente d’onore della Federazione. Gli attuali manager sono nati durante la mia presidenza, con loro ho un rapporto stretto. Oggi non ci sono nemici. Certo, come ho raccontato nel libro, ho avuto momenti di tensione con l'allora presidente del Coni, Carraro. E forse anche con qualche presidente di società, ma non voglio fare i nomi perché toccheremmo argomenti molto delicati. In ogni caso preferisco non parlare di nemici e non credo che qualcuno, se ha me contro, ci possa guadagnare.

È vero che quando venne assegnata la finale di Coppa dei Campioni del ’91, e le chiesero «perché Bari?», lei rispose «perché è la mia città»?
Quando si decise per la finale di Coppa dei Campioni, mi ricordo che nel comitato esecutivo della Uefa dissi che era giusto così, dopo i Mondiali di calcio a Bari e l’impegno di forti risorse per realizzare lo stadio. Però non c’era un aeroporto adeguato, insomma è stata una forzatura. Mi ricordo che l’allora direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò era piccato. Gli risposi «che Bari merita rispetto per quello che da al calcio. Io sono nato in questa terra». Ma è stata un battaglia facile da vincere.

Un sogno mancato: i biancorossi in Europa. Cosa non ha funzionato?
Non si va in Europa per un caso fortuito. Era il sogno di mio fratello, ma una città migliora calcisticamente quando è in grado di dare qualcosa al calcio, non quando prende solo. E mi riferisco a chi amministra la città, non ai suoi tifosi che avrebbero invece meritato sempre di più. Non so se è stato un errore nostro, ma quando si vuole crescere di più ci vogliono forze che sostengono altre forze. E noi invece - la storia la conoscete - abbiamo perso il Bari perché abbiamo perso la possibilità di sviluppare le nostre aziende. Una situazione che purtroppo ci vede ancora oggi in sofferenza.

Suo fratello Vincenzo una volta urlò a Gaucci (presidente del Perugia, ndr): «Noi siamo da serie A». Questo Bari, dopo il salto in B, può far sognare ancora?
Mi scusi, io sono legato alla squadra biancorossa, ma del Bari di oggi parlassero i De Laurentis.

Dal Bari a Bari. I suoi ricordi di famiglia? I rapporti con i suoi fratelli? A proposito, gira un aneddoto…lei in auto a Roma che con la scorta e i lampeggianti accesi affianca la vettura, bloccata, con suo fratello Vescovo a bordo….È vero che gli ha fatto il gesto dell’ombrello?
La mia vita è costellata di aneddoti, episodi anche curiosi. Ricordo che l’allora direttore generale della Rai, Biagio Agnes, un giorno mi chiama...«Presidente - dice con quell’accento campano - ho visto passare una macchina con due poliziotti motociclisti davanti e due dietro, ma eri tu? Ma perché non ti fai vedere...fatt vedè, fatt vedè, tu sei il padrone d’Italia, sei un democristiano vero». Quindi passando lì, con la polizia che bloccava il traffico, mi giro e vedo mio fratello in un’utilitaria con altri prelati. Mi venne spontaneo. Che poi mio fratello, Vescovo e tutto, mi rispose con una parolaccia. Adesso lui sta in Paradiso, quindi mi ha perdonato.

I suoi detrattori dicono che non ha mai sopportato le critiche. Diceva ai giornalisti: «Ce vi sime fatt' e?». E giù telefonate ai direttori dei giornali….
Detrattori? Ma no, non mi sono lamentato. C’era spesso un contrasto tra me e i suoi colleghi perché ero un decisionista, portavo novità che a volte piacevano e altre no. Mi dico spesso che erano «bei tempi quando si poteva scrivere e anche discutere su temi tra i più vari». Io, in altre parole, vi ho riempito di notizie.

I Kennedy di Puglia, una stirpe di imprenditori. Lei, i fratelli ingegneri Michele e Amato, Vincenzo, il vescovo Giuseppe, la sorella Carmela. Uno per uno, uno per tutti. Unitissimi anche come abitazione. Un piano per uno, al quartiere Japigia. Pure per don Giuseppe. Al sesto e ultimo piano: «Così è più vicino al Signore»….
Si erano tempi grandiosi, indimenticabili. Mio padre era una persona di grandissimo livello. È nato scalpellino, operaio, poi è diventato Cavaliere del Lavoro, la cosa più bella. Fece costruire un palazzo e disse a noi figli «ogni piano ci sarà uno di voi». Solo che adesso manca Vincenzo - c’è la moglie, Annamaria -; manca Laura, la moglie di Amato. Il piano del Vescovo è stato dato in usufrutto, scherzando, ai familiari. Mia sorella Carmela è sposata con il senatore Mario Greco, magistrato poi entrato in politica. Ma l’intendimento di mio padre era che insieme si nasce, si cresce e si muore, e ora noi stiamo qui ancora tutti insieme.

Amore e odio con i baresi. Vi accusavano, quelli che non vi sopportavano, di essere palazzinari...
Sì, amore e odio. Abbiamo vissuto momenti drammatici, pericolosi. Abbiamo subito attentati da delinquenti travestiti da tifosi. Abbiamo sopportato e superato tutto, le mortificazioni come le gioie. Non dimentichiamo quando il Bari è andato in serie A la città si è bloccata. Non dimentico il carro su cui stavano i giocatori e mio fratello fece salire anche me, ma stavo nello «scantinato», non come quelli che si sentivano i rappresentanti della nostra Regione, l’attuale presidente Michele Emiliano. Eravamo insieme allora, poi il rapporto si è deteriorato, perché ognuno pensava di essere nel giusto, alcuni hanno dovuto difendere il proprio ruolo, forse i propri interessi. Abbiamo sofferto e continuiamo a soffrire. Anche perché, altro che palazzinari, l’azienda di famiglia è nota anche oltre i confini nazionali per aver realizzato grandi opere, lo stadio San Nicola, autostrade, ponti, ospedali. Quando come «palazzinari» abbiamo voluto fare qualcosa di serio, non siamo stati capiti e ci hanno detto: «tutto giù».

Si riferisce al capitolo Punta Perotti?
Quando Emiliano, allora sindaco, decise che bisognava abbattere le torri di Punta Perotti, ero con Vincenzo a casa sua al quinto piano. Sentimmo l’esplosione e mio fratello scostò gli avvolgibili, vide cadere quello che era stato il frutto dei suoi sacrifici, del suo impegno e crollò piangendo. Sono cose che la gente deve sapere, non per una questione di interessi, ma di orgoglio per il proprio lavoro, per aver realizzato qualcosa che avrebbe dato prestigio a tutto il territorio. Comunque chi vivrà vedrà.
I suoi attuali rapporti con il presidente della Regione, Michele Emiliano, li abbiamo compresi. E con il sindaco Antonio Decaro?
Non abbiamo motivi di contrasto, anche se ha fatto la scelta di affidare il calcio barese a figure non baresi. Noi continueremo a fare il nostro dovere per recupare spazio ed energie.

Parlare di Antonio Matarrese è parlare della Dc. Lei è cresciuto a pane, calcio, edilizia, politica e Aldo Moro. È vero che quando fu eletto deputato Diccì, le consigliò di stare calmo paragonandola a un prete di campagna che poi ha fatto strada?
Ero politico e al tempo stesso rivestivo ruoli pesanti nel mondo del calcio. Quando fui eletto deputato, Moro mi diede dei consigli: «Antonio il prete di campagna se è forte arriva in alto». E io sono arrivato in alto.

Cosa pensa dell’attuale classe politica? Si riconosce in qualcuno?
Non mi riguarda più, non ci può essere un altro Matarrese, moderato ma forte e presente nei dibattiti interni. Un’esperienza utile anche per quella calcistica. Quando da deputato andavo alla Camera era un momento di allegria, tutti mi cercavano perché il calcio non ha confini politici. Mi ricordo la presidente Nilde Iotti: «Matarrese quando ha finito di girare me lo dica che noi dobbiamo cominciare i lavori».

A due ore di aereo da Roma è in atto una guerra nel cuore d’Europa. La politica si divide tra chi vuole inviare armi «difensive» e chi spinge maggiormente per una forte azione diplomatica. Cosa ne pensa?
In occasione del Mondiale in Russia sono stato vicino a Putin. La prima impressione era quella di un impegato con il vestito buono, ma poi ho notato questa freddezza e ho capito che è uno che difende se stesso fino in fondo. Ma è chiaro che il mondo non lo può governare Putin, nessuno può decidere da solo, ci vuole compartecipazione in ogni campo.

A 82 anni ha rimorsi, rimpianti? Cosa rifarebbe e cosa no?
Che ho 82 anni lo dice l’anagrafe, ma mi fa piacere quando incontro qualcuno che mi dice che mi sono fermato a 50 anni. Ho un modo di ragionare che guarda sempre al futuro e la mattina, quando sono a Bari scendo presto, passo sotto la ferrovia vicino casa e sbuco a Punta Perotti, la nostra ferita aperta. Ma andiamo avanti e a a quelli che stanno sul prato e mi salutano, mi diverto a dire che «li posso cacciare», poi aggiungo «no, noi non cacciamo nessuno. Sono altri che cacciano noi, ma poi i Matarrese tornano sempre». Comunque faccio parecchi chilometri, fino a San Giorgio e torno indietro, mia moglie ogni tanto mi chiama per sapere se sono ancora in piedi. La quasi totalità di quelli che incontro mi fanno capire che ancora molti baresi hanno stima e affetto verso una famiglia tanto odiata ma tantissimo amata. Però devo dire con grande amarezza che non mi sarei mai aspettato un giorno di finire con la famiglia al centro di grandi manovre per mortificare un gruppo imprenditoriale che ha dato tanto. Nel rispetto di quel che è stato mio padre - scalpellino e poi Cavaliere del lavoro - lotteremo per continuare a essere quello che siamo sempre stati: i Matarrese, tutti uniti».

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